n° 83 sabato 31 agosto 2002 numero arretrato
Su questo numero:
La fine di Napster
Dovremo pagare per le immagini JPEG?

Provaci ancora, Netscape
La tecnica dei link continua a non avere proprietari
DataPlay, il prossimo nemico dei CD?
Dizionario delle parolacce per gli adolescenti inglesi
Arriva Yoohoo

I top del mese:
L’arte perversa del piagnisteo, di G. Livraghi
Ci faranno dire quello che non abbiamo mai detto.
AudioGalaxy nel mirino delle discografiche
Il gioco online: un altro miraggio della Rete?
Videogiochi killer?
Hacker innammorati
McAfee proteggerà lo scambio online
Eroe in USA e hacker in Russia
E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet
La fine di Napster
Il tribunale fallimentare ha bloccato la vendita a Bertelsmann. Senza fondi e senza altre soluzioni in vista, la chiusura sembra inevitabile

Il tribunale fallimentare del Delaware ha bloccato la vendita di Napster al gigante dei media Bertelsmann, il che significa la fine quasi certa di quello che fu il più popolare sito di musica online. La mancanza di fondi e l'assenza di altri possibili compratori, quasi certamente costringeranno Napster alla liquidazione in base all'articolo 7 delle norme americane sui fallimenti.

Dopo la sconfitta giudiziaria subita ad opera della RIAA, Napster aveva cercato di trasformarsi in un sito di musica a pagamento, con l'aiuto decisivo di Bertelsmann. Le persistenti difficoltà finanziarie avevano costretto Napster a dichiarare fallimento e ad invocare l'amministrazione controllata in base all'articolo 11 delle norme sui fallimenti.
Nel frattempo Bertelsmann aveva fatto un'offerta d'acquisto di circa 9 milioni di dollari, che Napster avrebbe dovuto usare per pagare i creditori. Questi ultimi, con la RIAA in testa a tutti, si sono opposti alla vendita ritenendo che la cifra fosse insufficiente per garantire il pagamento di tutti i debiti.

In seguito a questa opposizione, il tribunale ha bloccato l'accordo e non essendoci altre soluzioni in vista, ha posto Napster ad un passo dalla liquidazione definitiva. Negli ultimi avvenimenti, ha giocato un ruolo importante anche il cambio di strategia commerciale di Bertelsmann. I nuovi dirigenti del colosso tedesco dei media non sono più tanto entusiasti per tutto ciò che è vendita online. Hanno già deciso, infatti, di sbarazzarsi della libreria online Bol, che per volume di vendite è la seconda dopo Amazon. In questo quadro, l'impossibilità di acquistare Napster, quasi certamente, viene vista più come un sollievo che come una sconfitta commerciale.
Dovremo pagare per le immagini JPEG?
Una società texana rivendica il brevetto sul popolarissimo formato delle immagini

Ci risiamo: un altro tentativo di allungare le mani su una diffusa tecnologia, in nome di un presunto brevetto. Questa volta tocca al popolarissimo formato JPEG e a rivendicarne la proprietà del brevetto è un'azienda texana, che si occupa di sistemi per videoconferenza.
In tempi di vacche magre informatiche, anche le videoconferenze non tirano più come prima. Di conseguenza, nel tentativo di cercare nuove fonti di profitti, l'azienda texana
Forgent Networks si è ricordata di essere in possesso del brevetto n. 4.698.672 che, sempre secondo l'ineffabile azienda, è esattamente la tecnologia JPEG di compressione delle immagine.
A partire da questa convinzione, Forgent ritiene di poter chiedere soldi a chiunque usi immagini in formato JPEG. Il che significa a tutti: ai siti Web, ai produttori di macchine fotografiche digitali, di scanner, di stampanti etc. Se dovesse aver ragione, sarebbe l'affare del secolo.
Ma anche il normale utente che scatta le foto domenicali dovrà pagare? Forgent, in un impeto di generosità, ci fa sapere che per il momento chiederà i diritti solo ai grandi produttori e non ai normali utenti. Per il momento: il che significa che non è escluso che lo faccia in futuro.
Nello stesso tempo fa sapere che chiederà i diritti di concessione della tecnologia JPEG a chiunque la utilizzi e in qualsiasi forma, esclusa la televisione satellitare. Anzi fa sapere che due aziende giapponesi, una delle quali sarebbe Sony, già si sono accordate per versare a Forgent i diritti di concessione per l'uso del formato.
Ovviamente l'iniziativa di Forgent è stata accolta con molto scetticismo, ma non è escluso che assisteremo ad un'altra battaglia legale che dopo un po' si dissolverà come una bolla di sapone.
Non è la prima volta che qualcuno ritiene di possedere i diritti di qualche diffusa tecnologia. A metà degli anni '90 Unisys riteneva di essere proprietaria del formato GIF e voleva far pagare i diritti a tutti. Recentemente British Telecom addirittura si è auto-proclamata proprietaria della tecnologia dei link. Perfino Amazon ha tentato, senza successo, di brevettare il processo per effettuare un ordine online con un solo click.
E' troppo attraente il miraggio di fare colossali profitti imponendo un balzello globale su qualche tecnologia molto diffusa e periodicamente qualcuno ci prova. Finora senza risultati, ma ancora una volta l'unico aspetto serio di questa vicenda è la conferma che il sistema dei brevetti e dei diritti d'autore non regge più e dovrebbe essere urgentemente rivisto per adeguarlo ai tempi.
Provaci ancora, Netscape
Annunciata la versione 7 di quello che fu il più popolare browser

Netscape non ha ancora deciso di gettare la spugna e annuncia la versione 7 di quello che fu il re incontrastato dei browser.
Schiacciato in un angolo dal rivale Explorer di Microsoft, può contare ormai su una piccolissima pattuglia di affezionati, valutabile a meno del 5% di tutti gli internauti.
Se non fosse per l'appoggio di AOL, probabilmente avrebbe già chiuso i battenti da tempo, ma gli oltre 35 milioni di utenti del provider più grande del mondo possono ancora essere una base sufficiente per sopravvivere. Per il momento AOL usa ancora Explorer, ma l'uscita di Netscape 7 potrebbe indicare un cambiamento di rotta in breve tempo.
Ad ogni modo, la versione 7 presenta alcune interessanti caratteristiche. La funzione Quick Launch consente di lanciare il browser rapidamente e la funzione Tabbed Browsing permette di avere molte pagine in un'unica finestra del browser. L'integrazione con AOL Instant Messenger e con Nestacape Mail e il supporto per i servizi ICQ aggiungono altro valore a questa nuova versione di Netscape.
Sarà questa la versione con la quale inizierà la riscossa di Netscape? E' difficile che possa guadagnare più di qualche punto percentuale: la battaglia per i browser l'ha già persa definitivamente e la posizione di Explorer non sembra per il momento attaccabile seriamente. L'appoggio di AOL, se convinto, può servire a ridare nuovo ossigeno e a giustificarne ancora l'esistenza, ma niente di più.
La tecnica dei link continua a non avere proprietari
Sconfitta giudiziaria per British Telecom, che ne rivendicava il brevetto

Svanisce nel nulla, con una sonora sconfitta giudiziaria in terra americana, l'improbabile tentativo di British Telecom di rivendicare il brevetto sui link e sull'ipertesto. Il giudice distrettuale americano Colleen McMahon ha definitivamente sentenziato che il provider americano Prodigy, utilizzando i link, non viola alcun brevetto appartenente a BT e quindi quest'ultima non ha il diritto di chiedere alcuna royalty per il loro uso. Svanisce quindi in una bolla di sapone giudiziario il tentativo del colosso inglese delle telecomunicazioni: se avesse vinto, saremmo arrivati all'assurdo di dover pagare un tanto per ogni click che si fa sul Web.

Tutta la vicenda era iniziata alcuni mesi: alcuni impiegati di BT, durante un controllo di routine dei brevetti appartenenti alla società, ne scoprono uno quasi dimenticato. Si trattava del brevetto n. 4.873.662, meglio noto come "Sargent Patent". La richiesta di brevetto era stata presentata nel 1976 negli Stati Uniti ed era stato regolarmente concesso nel 1986, con scadenza nel 2006. Il Sargent Patent descrive un sistema in cui molti utenti, situati in terminali remoti, possono accedere ai dati registrati in un computer centrale.

BT ritiene che questo sistema brevettato sia niente altro che la tecnica dei link e dell'ipertesto, che stanno alla base del Web. Pensa quindi di avere in mano qualcosa che assomiglia molto ad un brevetto su Internet. Come dire, una vera e propria miniera d'oro, perché si delinea l'ipotesi che chiunque usi la tecnica dei link debba pagare i diritti a BT. La pretesa di BT appare subito poco credibile, se non proprio ridicola, ma il colosso inglese delle telecomunicazioni decide di andare avanti.

Il primo passo BT lo compie a giugno del 2000 con una comunicazione inviata a 16 grandi provider americani, fra cui AOL. La richiesta è chiara: in base al Sergent Patent dovranno pagare a BT i diritti d'autore per l'uso dei link nelle loro pagine web. La risposta è altrettanto chiara e prevedibile: un "no" secco da parte dei 16 provider. In seguito al rifiuto, BT decide di iniziare un'azione legale di prova contro il provider Prodigy. A febbraio di quest'anno è iniziata la parte decisiva del procedimento giudiziario, ma già in marzo BT ottiene una sentenza sfavorevole nel cosiddetto "Markman ruling", una specie di fase iniziale nei giudizi per violazione di proprietà di brevetti.

Qualche giorno fa è arrivata la sentenza che mette definitivamente la parola fine ai sogni miliardari di British Telecom. Come dicevamo in un
nostro articolo, è una fine ingloriosa ampiamente prevedibile e l'unica cosa seria di tutta questa vicenda è l'evidenza, se ancora ce ne fosse bisogno, che il sistema dei brevetti e del copyright mostra ormai tutti i suoi limiti e dovrebbe essere ripensato.

Giuseppe Laurenza
DataPlay, il prossimo nemico dei CD?
Il nuovo supporto per contenuti multimediali ottiene l'appoggio di alcune major della musica

Il nuovo supporto che dovrebbe mandare in pensione i CD si chiama DataPlay e sembra che abbia ottenuto l'appoggio di Universal, EMI e BGM, tre delle sei major della musica, sempre alla ricerca di nuovi metodi per impedire le copie pirata.
I nuovi dischi sono più piccoli dei CD, tanto da poter stare comodamente nel palmo di una mano ed hanno una qualità al livello dei classici CD. Di conseguenza, anche i lettori sono più piccoli e nel futuro potrebbero avere anche un piccolo schermo per visualizzare filmati.
Naturalmente possono contenere un sistema di protezione contro la copia illegale e si capisce, quindi, l'appoggio delle major della musica. In breve tempo dovrebbero uscire i DataPlay di alcuni artisti, fra cui Carlos Santana e Britney Spears. In ogni modo, come i CD, si venderanno anche i DataPlay vuoti che potranno essere registrati con i relativi dispositivi.
Tutto bene quindi? I CD sono destinati ad andare in pensione? No, per niente, perché sono molti i dubbi che avvolgono questo nuovo formato. Innanzitutto il prezzo: costano 10 volte i normali CD ed anche i relativi dispositivi per registrare e riprodurre costano di più. Aver avuto l'appoggio delle major della musica non è ancora sufficiente. Manca l'appoggio dei produttori dell'elettronica di consumo, che è ben più decisivo per il successo di un formato. E i produttori hanno già i loro bravi problemi per decidere cosa fare di CD, DVD-Audio, SACD, VHS, DVD e minidischi.
E' probabile che in futuro useremo qualche supporto diverso per i contenuti multimediali: i CD sono troppo comodi per copiare illegalmente. Ma fino a quando l'industria del settore non troverà un accordo sul nuovo formato da adottare, è presumibile che continueremo ad usare i vecchi e cari CD. Con buona pace del DataPlay, delle major, di Carlos Santana e Britney Spears.

Giuseppe Laurenza
Dizionario delle parolacce per gli adolescenti inglesi
Un'azienda distribuirà davanti alle scuole un CD contenente i più comuni improperi inglesi. Con le relative abbreviazioni da usare nei messaggi di testo.

Genitori, educatori e pedagoghi inglesi sono in allarme e manifestano tutta la loro preoccupazione
per l'iniziativa di un editore inglese. Quest'ultimo, infatti, ha deciso di pubblicare un CD contenente una lista di 100 fra le più comuni parolacce, bestemmie e improperi vari in lingua inglese. E per ogni parolaccia viene fornita la relativa abbreviazione da usare nei messaggi di testo o in chat. Il CD si chiama "Rude Text Book" e sarà distribuito davanti a 600 scuole inglesi, anche se non si sa ancora quali saranno quelle prescelte per questa desueta distribuzione.
L'iniziativa viene, ovviamente, osteggiata da insegnanti e genitori: "E' degenerato, è corruzione ed è anche triste", afferma un tale Dottor Rogers di una certa associazione di genitori. Ma l'editore si difende affermando che gli adolescenti quelle parolacce le conoscono già tutte e già le usano tutte nella realtà e nella cyber-realtà di tutti i giorni. Anzi lui sta facendo un'azione educativa presentandole in maniera umoristica. E poi, aggiunge l'editore, anche i teenagers hanno il diritto ad accedere a questo tipo di cose.
Che gli adolescenti si siano già abbondantemente appropriati di questo tipo di cose è effettivamente incontestabile. Che tutto questo sia un'operazione "culturale" è, invece, fortemente contestabile. Che sia l'ennesima trovata pubblicitaria è fortemente probabile. E i sospetti aumentano quando si viene a sapere che questa iniziativa rientra nell'ambito di un programma per favorire l'interesse per i dizionari per computer. In parole semplici: oggi ti regalo il dizionario delle parolacce per interessarti e domani ti compri un bel dizionario di inglese su CD.
Arriva Yoohoo
Un nuovo worm si sta diffondendo nelle reti di alcuni programmi per la condivisione di file.

L'ultimo arrivato, in fatto di worm, si chiama Yoohoo e si sta diffondendo nelle reti di Kazaa, Morpheus 2.0, Bearshare ed eDonkey2000. Dalle prime notizie, non sembra un worm molto maligno. Infatti, sovrascrive alcuni file nella directory destinata allo scambio, ma non apporta modifiche al Registro, come fanno invece i worm cattivi.
Symantec
dice che la sua diffusione e le sue capacità distruttive sono limitate e non presenta particolari preoccupazioni. Come precauzione, basta cambiare il nome della directory di default dove stanno i file da scambiare.
Come si vede, un worm non tanto cattivo, ma ciò non significa che si possono abbandonare le normali cautele: occorre sempre valutare bene cosa si scarica dalle reti di condivisione dei file, perché potrebbero contenere di tutto.

Luciano Sposari