n° 100 sabato 29 marzo 2003 numero arretrato
In questo numero:

Guerra di parole
Scommettiamo su Saddam?
Il sito web di Al Jazeera in ginocchio
L'occhio arabo indipendente che fa arrabbiare zio Sam
Missili impazziti per un bug software?
Blood for telephone?
Nel numero precedente:

Il weblog va alla guerra.
Tre anni fa la net economy celebrava i suoi trionfi.
Il Pentagono prepara la Soluzione Finale per i reporter indipendenti in Iraq.
Parigi brucia?
Lo sceriffo pazzo è offline.
A volte ritornano.
I top del mese:
Diventeremo una periferica del nostro computer?
Il gigante zoppo in cerca di medico
Un altro schiaffo alla Rete

Si prepara l'Apocalisse informatica?
Microsoft inciamperà in Europa?
Internet: terreno ideale per coltivare la pace
Microsoft si spoglia in Cina

Windows ha un nuovo nemico invisibile.
E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet



No alla Guerra!

Una guerra illegale, una guerra ingiusta, una guerra che il mondo non voleva e non vuole.
Una guerra che sostituisce il diritto della forza alla forza del diritto.

Chi decide la guerra "si assume una grave responsabilità davanti a Dio, alla sua coscienza e alla storia".
(Papa Giovanni Paolo II)

Guerra di parole
Esplodono nel Web i warblog sulla guerra in Iraq

Da sempre sappiamo che Internet offre a tutti la possibilità di diventare produttori attivi di informazioni ed opinioni. L'esplosione dei warblog, i weblog dedicati alla guerra in Iraq, confermano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, questa convinzione. La guerra lascia perplessi, i morti sconvolgono, le opinioni si incrociano, si contraddicono e suscitano sentimenti contrastanti.
Tutto questo porta ad una vera e propria fame d'informazioni e di opinioni. I grandi media tradizionali non convincono più tanto o perlomeno non bastano più. A volte non sono veloci, a volte sono troppo addomesticati e a volte trascurano gli aspetti più semplici e quotidiani della guerra, a vantaggio di atmosferiche discussioni di geo-politica internazionale. Anche questo ci vuole: devono aiutarci a capire. Ma cosa fa, cosa pensa, cosa sente nel suo piccolo, nella sua immediata realtà circostante l'abitante di Baghdad sotto le bombe? O il soldato americano gettato nella guerra?
Questi sono i motivi che stanno alla base di una vera e propria esplosione dei warblog. E non solo: forum, chat, e-mail: tutto serve per scambiare informazioni, opinioni e quant'altro serva a capire.
Già sapevamo che questa sarebbe stata la prima guerra vera "guerra di Internet", come altre lo furono della radio o della televisione. I fatti lo confermano.
Il warblog più famoso lo scrive uno sconosciuto Iraqeno che usa il soprannome
Salam Pax. Non si sa chi sia, ma le sue descrizioni della vita quotidiana a Baghdad sotto le bombe, ne hanno fatto un vero e proprio "cult" della Rete. Il quotidiano The Guardian ritiene che abbia anche un elevato valore letterario. La sua prosa, di vago sapore minimalista, appassiona ed incanta. In ogni modo, Salam Pax è l'unico iracheno che scrive sulla guerra direttamente da Baghdad. Da lunedì 24 non invia più nessun messaggio e il popolo della Rete trattiene il fiato.
Dall'altra parte, c'è il warblog che scrive un ufficiale della marina americana in servizio su una nave nel Golfo Persico. Per motivi di sicurezza, non dice il nome e neanche il luogo esatto in cui si trova. Il warblog si chiama "
Live from the Sandbox" e chi lo scrive usa lo pseudonimo Lt. Smash.
Ha ricevuto centinaia di messaggi, la gran parte di approvazione e supporto, ma anche qualcuno di disaccordo con la guerra. La cosa più interessante di questo warblog sono proprio i messaggi. La gran parte sono pieni di retorica e patriottismo, ma servono per capire fino in fondo i sentimenti del ventre profondo degli Stati Uniti, quello che mischia tranquillamente Dio e guerra, benedizioni e truculente opinioni sui "cattivi" di ogni genere, da Saddam ai francesi, dai pacifisti agli "stati traditori".
Ma non ci sono solo questi. Di "
Back to Iraq" abbiamo già parlato nel numero scorso. Chi lo scrive ha già raccolto la somma di denaro sufficiente per partire in Iraq e, al momento in cui scriviamo, sembra che sia arrivato in Turchia.
Solo alcuni esempi, ma già sufficientemente indicativo di quale forza e profondità espressiva possa suscitare e favorire la Rete. Il popolo della Rete ha voglia di parlare, di esprimersi ed anche di ascoltare. Chi non aveva voce, adesso ce l'ha e ha tutta l'intenzione di farla sentire, forte e chiara. Questa è la vera novità di Internet.

Carmen Castillo
Scommettiamo su Saddam?
Si diffondono online i siti che accettano scommesse sugli eventi legati alla guerra in Iraq

Quanto durerà Saddam? Poco o molto? Morirà, andrà in esilio o sarà fatto prigioniero? Se siete tanto convinti di quello che pensate, siete disposti a scommetterci sopra?
Se volete, potete scommettere online
in un sito che adesso accetta anche ogni tipo di scommessa su eventi legati all'attuale guerra in Iraq. E non solo. Si scommette su tutto, anche su qualsiasi evento di politica mondiale.
Qualche esempio. Se scommette sul fatto che Saddam il 30 giugno prossimo starà tranquillamente fumando sigari cubani con Gheddafi, potreste vincere cento volte quello che avete puntato (se abbiamo capito bene il sistema di scommesse). Se invece puntate tutto sul fatto che arriveranno gli alieni cattivi sulla terra e sveleranno che Saddam in realtà è un abitante del pianeta Zerg, allora farete davvero un colpo grosso: centocinquanta volte la posta. Un consiglio. Non conviene scommettere sul fatto che Saddam sia morto: pagano solo una volta e mezzo la posta. Che sia prigioniero degli americani o disperso, cinque volte.
Si può discutere quanto si vuole se questo tipo di scommesse sia etico oppure no. Ma una cosa è certa: chi le organizza mostra di conoscere bene le situazioni e le intenzioni politiche.
E alcuni tipi di scommesse sono davvero inquietanti, soprattutto per le basse quote che comportano. Scommettendo sul fatto che gli USA lanceranno un attacco alla Corea del Nord prima del 31 dicembre di quest'anno, si vince soltanto cinque volte la posta.
Davvero preoccupante: noi speriamo che si sbaglino di grosso e, ci scusino i giocatori, ma davvero speriamo che perda chiunque punti su questo tipo di cose. Continuate con i cavalli, signori giocatori incalliti: fanno molto, ma molto meno danno. A tutti.
Il sito web di Al Jazeera in ginocchio
Sotto il peso di ripetuti e continuati attacchi informatici, il sito della nota emittente araba ha funzionato solo a tratti.

Per quasi tutta la settimana il sito web di Al Jazeera è stato ripetutamente attaccato da ignoti hacker. Lunedì scorso la nota televisione araba aveva inaugurato anche la versione inglese del proprio sito.
Sotto il peso dei continui attacchi, entrambi i siti hanno funzionato soltanto a tratti, ma è stato soprattutto il sito in inglese ad aver sofferto le interruzioni più prolungate.
Come confermano molti osservatori, sembra che gli ignoti hacker abbiano lanciato prolungati attacchi di tipo DoS (Denial of Service), che consistono nell'inondare un server con una grande massa di richieste fino a metterlo in ginocchio.
Oltre all'attacco DoS prolungato, qualche giorno fa gli ignoti assalitori sono riusciti anche ad effettuare un attacco del tipo "redirect". Gli utenti che intendevano andare nel sito di Al Jazeera venivano invece dirottati su un altro sito che mostrava una bandiera americana.
Per fare questo gli ignoti assalitori hanno dovuto modificare i dati registrati nel database dei domini .net, gestito da Network Solutions, che notoriamente appartiene a VeriSign. La situazione è stata ripristinata dopo poche ore, ma VeriSign non ha ancora spiegato come sia stata possibile un'intrusione di questo tipo.
Molti concordano nel ritenere che un attacco tanto prolungato e ripetuto ben difficilmente può essere opera di normali hacker.
Non esiste ovviamente nessuna prova che questo attacco rientri nelle tanto annunciate "guerre informatiche", ma non è affatto peregrino il sospetto che questi "hacker" siano "a stelle e strisce" ed abbiano le stellette militari.
L'FBI fa sapere che sta indagando, ma siamo più che sicuri che gli "hacker" rimarranno ignoti.
L'occhio arabo indipendente che fa arrabbiare zio Sam
Perché Al Jazeera da fastidio?

Come è noto, Al Jazeera è finita sotto accusa negli USA, e non solo, per aver mostrato gli interrogatori dei prigionieri americani da parte degli irakeni e i corpi dei soldati americani caduti in battaglia.
Immagini crude e sconvolgenti che ripropongono il vecchio dilemma: dove finisce il dovere di informare, se ha una fine? Deve prevalere il dovere di informare o il comprensibile pudore che deve portare a nascondere gli aspetti più orrendi di questa e di tutte le guerre?
Sono problemi seri che meritano discussioni serie. Ma in tempo di guerra non c'è mai spazio per il ragionamento e quindi Al Jazeera, per gli americani, è immediatamente e istintivamente diventata il nemico. Si prefigura una specie di "Asse del Male" mediatico? Se è così, l'emittente araba ha un posto assicurato.
Ma sono davvero quelle immagini la causa del risentimento americano verso Al Jazeera? Forse no, forse c'è un risentimento e un'insofferenza più profondo e che viene da più lontano.
Per capirlo bisogna fare qualche premessa. Da sempre le televisioni e i mezzi d'informazione arabi sono assolutamente inaffidabili, completamente asserviti ai gruppi dirigenti e completamente inutili come mezzo d'informazione. Da sempre, la ristrettissima elite araba che conosce l'inglese è stata costretta a guardare la CNN e gli altri canali occidentali. Le notizie nascevano in inglese e gli arabi subivano la frustrazione di doversi accontentare della traduzione e del punto di vista occidentale.
Al Jazeera ha completamente rovesciato tutto questo. Approfittando del fatto che la CNN è stata cacciata da Baghdad, l'emittente araba è rimasto l'unico occhio autorevole sulla guerra. Ma questa volta è un occhio arabo e sono gli altri a dover accettare la traduzione e il punto di vista arabo.
E l'occhio arabo non ha molto riguardi per lo zio Sam e vede e mostra quello che lo zio Sam non vuole che si veda e che si mostri.
Specialmente quando la quasi totalità delle televisioni americane, con la tv-spazzatura della Fox in testa, mettono in atto una sorta di autocensura collettiva.
Cosa vedono in televisione gli americani in questo momento? Vedono ore e ore di spiegazioni su come sia efficiente un elicottero Apache o una missile cruise, vedono le cartine, stile Risiko, sulle travolgenti avanzate, vedono gli interminabili "briefing" di Bush, dei generali di Bush, dei ministri di Bush, dei portavoce di Bush, il tutto condito con bandiere e patriottismo. Ma si capisce: sono in guerra.
E la guerra vera? I morti e i feriti? No, non li vedono, perché non conviene che si vedano. Forse qualcuno, più ingenuo, pensava addirittura che non ci fossero. Ecco perché le immagini di Al Jazeera hanno sconvolto tanto. Hanno mostrato il volto della guerra, quello vero.
Da qui viene l'insofferenza profonda per un'emittente araba incontrollabile, che ha saputo rovesciare i ruoli tradizionali nell'informazione e che negli ultimi tempi, nonostante tutto, ha fatto 4 milioni in più di abbonamenti, molti dei quali in Europa.
Un attacco informatico ai suoi siti web? Francamente ci sembra anche poco, molto poco. Ci aspettiamo operazioni "chirurgiche" ben più seri nei confronti di Al Jazeera.
Un'ultima cosa: chi osa criticare questa guerra viene subito accusato di essere a favore di Saddam. Noi non vogliamo correre questo rischio e quindi puntualmente precisiamo anche quello che gli sfortunati irakeni vedono nella loro televisione statale. Vedono ore e ore di musica e canti inneggianti a Saddam e all'eroismo del loro esercito, vedono le cartine, nello stesso stile Risiko, su eroiche resistenze, vedono Saddam, i generali di Saddam, i ministri di Saddam, i portavoce di Saddam, il tutto condito con bandiere e patriottismo. Ma anche qui si capisce: sono in guerra.

Giuseppe Laurenza
Missili impazziti per un bug software?
Esiste il sospetto che un problema nel software di gestione dei missili Patriot sia all'origine di drammatici e inaspettati incidenti nella guerra in Iraq

Come molti ricorderanno, domenica scorsa un tornado inglese che stava rientrando alla base dopo aver effettuato una missione in Iraq, è stato abbattuto per errore da un patriot, i missili anti-missile che vengono ampiamente utilizzati dalla truppe anglo-americane. Il giorno dopo un altro errore: al confine con il Kuwait, il pilota americano di un F16 si è accorto di essere stato inquadrato da un missile patriot amico. Per evitare di essere abbattuto, ha dovuto sparare e distruggere l'antenna radar del missile.
Due errori gravi in così poco tempo sono troppi. Il comportamento di questi missili è ampiamente automatico ed affidato quasi totalmente al software di gestione. E' possibile quindi che in quest'ultimo ci sia qualche bug che a volte compromette gravemente il comportamento del missile.
Un ufficiale americano, interpellato dal Washington Post, ha dichiarato che la causa degli incidenti è "ovviamente un errore del software". Anche un ufficiale inglese, consultato da Radio Australia, ha espresso un'opinione simile. Anche altri analisti ritengono che il software di gestione dei missili sia affetto da qualche bug che può causare gravi errori.
Gli esperti dell'industria ovviamente negano tutto questo, affermando che è praticamente impossibile, con un sistema come quello dei patriot, identificare come nemico un aereo amico. Sostengono, quindi, che ci deve essere stato anche qualche altro errore, forse umano.
Inoltre, gli esperti dell'industria negano che i missili possano funzionare completamente in automatico, sostenendo che la decisione finale è sempre lasciata all'operatore umano. Forse è vero, ma se il sistema si sbaglia e dice al soldato che quel coso volante è un nemico, cosa deve fare il povero soldato? Aspettare che arrivi per controllare se era vero?
Alcuni colgono l'occasione per ricordare che alcuni test precedenti di questi missili non erano andati poi tanto bene e che tuttora esistono dubbi sulla loro reale efficacia.
Per ovvi motivi di segretezza militare, non si conosce il tipo di software che viene adottato in questi missili e quindi non si può che esprimere supposizioni. Ma una cosa è certa: come qualsiasi programmatore sa, nessun software può mai ritenersi assolutamente sicuro. Il bug è sempre in agguato e può manifestarsi in tutti i momenti. Il problema è un altro: occorre pensarci mille volte prima di affidare processi tanto critici agli automatismi di un software.
Una cosa è un bug che blocca un computer domestico, ben altra è un bug in una terrificante arma di distruzione: gli effetti possono essere drammatici, come forse abbiamo già avuto modo di vedere. Il problema dei patriot lo abbiamo saputo perché hanno abbattuto un aereo amico. E gli altri "errori"? Li sapremo mai o dovremo accontentarci di vedere le drammatiche e sanguinose conseguenze?

Luciano Sposari
Blood for telephone?
Un deputato californiano scopre il patriottismo telefonico e "denuncia" le nefande origine francesi del GSM.

"No blood for oil", niente sangue in cambio di petrolio, recita uno dei più noti slogan dei pacifisti. Uno slogan tristemente confermato qualche giorno fa, quando si è saputo che l'azienda americana Halliburton aveva ottenuto, dall'esercito americano, l'appalto per la ricostruzione dei pozzi di petrolio in Iraq. Indovinate chi è stato il presidente di Halliburton dal 1995 al 2000? Dick Cheney, vice presidente di Bush.
Ma non ci sta solo il petrolio: a guerra finita ci sarà da ricostruire in Iraq tutta la rete telefonica mobile: una preda ugualmente appetibile.
Ecco quindi che un certo deputato californiano
ha presentato una proposta di legge in cui invita il governo americano ad adottare la tecnologia CDMA invece del GSM. Per sostenere la propria proposta, il deputato ha fatto ricorso al diffuso sentimento anti-europeo, sostenendo che la tecnologia CDMA è americana e quindi patriottica, mentre il GSM è europeo e favorirebbe gli odiati francesi, tedeschi e tutti gli altri della "vecchia" Europa. Il deputato sostiene che la tecnologia GSM è inferiore alla patriottica CDMA. E per di più la tecnologia GSM si è macchiata di un orribile peccato. Pensavate che la sigla GSM significasse Global Service for Mobile? No, sostiene il patriottico deputato. In realtà significa Groupe Speciale Mobile e con questo tradisce la sua inequivocabile origine francese!
Siamo di fronte ad un caso di eccessivo patriottismo? No, siamo di fronte ad affari senza scrupoli: l'ineffabile deputato, quasi distrattamente, invita il governo americano a dare la concessione delle linee telefoniche dell'Iraq all'azienda che egli stesso rappresenta. Business is business!


Numero precedente: sabato 15 marzo 2003
Quando uscirà il prossimo numero 100 di PuntoNet, forse la guerra in Iraq sarà già cominciata. Ci sono tutte le premesse perché la guerra diventi un dramma di dimensioni bibliche. Per nostra precisa scelta, PuntoNet parla di Internet e non di guerre. Ma anche la Rete è coinvolta. Pienamente. Per questo abbiamo già parlato, e temiamo di doverne ancora parlare, degli aspetti della guerra che coinvolgono Internet. Noi speriamo che non scoppi e, se scoppia, speriamo che tutte le drammatiche previsioni, comprese le nostre, si dimostreranno infondate. Per ironia della sorte, il prossimo numero di PuntoNet sarà il numero 100. Sarebbe davvero un brutto scherzo del destino doverlo celebrare con una guerra. Vorremmo farlo in altro modo e speriamo di averne la possibilità.
Il weblog va alla guerra
Un giornalista americano aggiornerà direttamente dall'Iraq il proprio weblog. Probabilmente sarà la prima corrispondenza di guerra veramente indipendente.

Si chiama Christopher Allbritton ed è un ex giornalista di Associated Press e del New York Daily News. Un professionista quindi. Ma ha lasciato gli impegni di lavoro per andare in Iraq se scoppia la guerra. Ha già preparato una maschera antigas e molte fiale di atropina, per proteggersi in caso di attacco chimico. Porterà con sé un notebook e un telefono satellitare e con questi mezzi conta di collegarsi e aggiornare il proprio weblog, "
Back to Iraq", direttamente dalle zone di guerra. L'intenzione è di documentare l'eventuale dramma umanitario per farlo conoscere al mondo nella sua reale dimensione. Liberamente, senza censure e senza condizionamenti.
In Iraq ci sono molti cyber-caffè e Internet sembra che non sia tanto controllata. Ma in caso di guerra la situazione potrebbe cambiare. Come sottolineava alcuni giorni fa l'autorevole periodico online Salon, il collegamento dell'Iraq ad Internet è assicurato da una società americana e da una inglese. Americani e inglesi, quindi, non dovranno far altro che girare un interruttore per spegnere completamente Internet in Iraq.
Per questo Allbritton porterà il telefono satellitare, anche se proprio quest'ultimo è la sua preoccupazione maggiore. Le emissioni radio del satellitare verrebbero immediatamente captate dagli aerei americani e chi lo porta
diventa all'istante un "target", per bombe, missili e quant'altro gli americani rovesceranno sull'Iraq (vedi "Il Pentagono prepara La Soluzione Finale per i reporter indipendenti in Iraq" su questo stesso numero).
Inoltre, Allbritton andrà nel nord dell'Iraq, la zona più pericolosa dove si prevede che i problemi umanitari diventeranno veri e propri drammi di dimensioni bibliche. Al conflitto generale, infatti, potrebbe aggiungersi quello fra Curdi e Turchi. Non
è escluso, infatti, che i Turchi, approfittando della guerra e, con la complicità degli americani, possano invadere il nord dell'Iraq, per impossessarsi dei ricchissimi giacimenti petroliferi situati nel nord del paese e per soffocare nel sangue qualsiasi tentativo dei Curdi di dichiarare un loro stato indipendente.
Se arrivano i turchi, Allbritton ha già pronto un piano di fuga. Con 10.000 dollari in tasca. Per mettere insieme questa somma, il giornalista conta sulle donazioni spontanee che si possono fare direttamente nel suo sito. Fino adesso ha raccolto, in pochi giorni, 4000 dollari.
I 10.000 dollari possono sembrare una cifra sufficiente, ma non è così. Innanzi tutto le telefonate satellitari costano 1,5 dollari al minuto. Poi, in zona di guerra un giornalista deve pagarsi di tutto: i mezzi per muoversi, gli autisti, i passaggi aerei, i traduttori e, in caso di pericolo, deve essere pronto a pagarsi la fuga.
In bocca al lupo, Christopher, terremo tutti d'occhio il tuo weblog.

Giuseppe Laurenza
Tre anni fa la net economy celebrava i suoi trionfi
Il 10 marzo 2000 il NASDAQ raggiungeva quota 5048,62: ma era l'inizio della catastrofe

Si celebrano tanti anniversari: uno in più, uno in meno non farà una gran differenza. Chi se lo ricorda più? Proprio in questi giorni di marzo, tre anni fa, la net economy era al culmine. Esattamente il 10 marzo del 2000, quando si inaugurava il decimo anno di crescita consecutiva dell'economia americana, il NASDAQ arrivava al suo più alto valore: 5048,62 punti.
Inutile ricordare quanta acqua è passata sotto i ponti da quell'ormai lontanissima primavera del 2000. La bolla speculativa si è sgonfiata, la net economy non esiste quasi più e le trionfalistiche certezze di allora si sono convertite in inquietanti preoccupazioni. Un'indagine della società di ricerche Webmergers può dare misura di cosa sia realmente successo negli ultimi tre anni e può essere la maniera migliore di celebrare quell'anniversario.
Da marzo 2000 ad oggi sono almeno 5000 le internet company che hanno chiuso i battenti o sono state vendute. Da allora sono stati spesi 200 miliardi di dollari per acquistare 3.892 proprietà in Internet. Questo dato non comprende i 157 miliardi di dollari della fusione fra AOL e Time Warner, avvenuta nel giugno del 2000.
In tre anni almeno 962 internet company, di dimensioni significative, hanno dichiarato fallimento. Nel calcolo non è compresa la miriade di piccole e piccolissime imprese che sono passate come meteore nel firmamento della Rete.
Se l'apogeo della net economy è stato il 10 marzo 2000, il fondo dell'abisso è stato toccato nella prima metà del 2001, con la chiusura di 333 internet company di dimensioni significative.
Molti analisti concordano nel ritenere che il peggio sia ormai alle spalle. Ma un'inversione di tendenza ancora non si vede.
Ricordare questi fatti, che molti hanno rimosso dalla memoria, ci è sembrata la migliore commemorazione di quel lontano 10 marzo 2000. Per ricordare e per non ripetere gli errori.
Il Pentagono prepara la Soluzione Finale per i reporter indipendenti in Iraq
Gli aerei americani spareranno a chiunque accenderà, senza autorizzazione, un telefono satellitare in zona di guerra per tentare di inviare una corrispondenza.

Se dovesse scoppiare la guerra in Iraq, il Pentagono conta di semplificare al massimo i rapporti con la stampa. A suo modo, ovviamente. Ci saranno molti "ficcanaso" fra i piedi e soprattutto ci saranno i giornalisti indipendenti, quelli "non autorizzati, i free lance e tutti quelli che non si faranno rigidamente inquadrare. Soprattutto questi ultimi saranno un problema, perché potrebbero dire cose che non si vuole che vengano dette. I problemi vanno risolti, ma i militari conoscono un solo modo di risolvere i problemi: sparando. E infatti spareranno a chiunque accenderà in zona di guerra un telefono satellitare o tenterà un collegamento televisivo via satellite.

In altre parole: se un giornalista indipendente si azzarda ad accendere un satellitare per inviare un servizio, potrebbe essere immediatamente ucciso dagli aerei americani o inglesi.

La
sconcertante notizia è stata data da Kate Adie, una nota giornalista inglese, nel corso di un dibattito sulla guerra, mandato in onda dalla televisione irlandese RTE1. La giornalista ha dichiarato che il Pentagono sta avvisando minacciosamente i reporter indipendenti che intendono andare in zona di guerra: tutti i mezzi di comunicazione saranno controllati e gli aerei spareranno appena verrà rilevato qualche dispositivo di comunicazione non identificato o non autorizzato.
La stessa giornalista dichiara di essere stata avvertita da un funzionario del Pentagono. Ha domandato al funzionario se il Pentagono si rendeva conto delle possibili tragiche conseguenze di questa condotta. Il funzionario ha risposto: "Who cares...They've been warned", "Chi se ne importa...sono stati avvisati".

Ma anche l'opinione pubblica si prepara, non solo il Pentagono. Come
minaccia il periodico online inglese The Register: "Devono ficcarsi bene in testa che se solo dovesse succedere anche il minimo danno a Kate Adie, non ci sarà nessuna forza al mondo in grado di salvare Tony Blair dall'opinione pubblica inglese".
Il fatto è che il Pentagono sente molto il problema di controllare accuratamente la stampa. Come si ricorderà, nell'altra guerra del Golfo i giornalisti hanno potuto riferire soltanto quello che gli americani volevano che si sapesse. Mai abbiamo saputo quello che realmente accadde e come accadde.

Per questa Guerra del Golfo, Parte Seconda, gli americani hanno preparato uno show mediatico all'altezza dei tempi. Hanno già allestito un'avveniristica sala stampa in Qatar e hanno pagato 200.000 dollari ad un regista di Hollywood per organizzare lo show mediatico. Ovviamente per tenere sotto controllo, in una gabbia dorata, i tanti giornalisti di tutto il mondo.
Ma questa volta ci sta Internet. E potrebbe essere proprio la Rete a rompere le uova nel paniere. Forse sarà proprio grazie alla Rete, quella libera e indipendente, che questa volta sapremo quello che accadrà e come accadrà. Con buona pace dei tanti giornalisti rinchiusi a godersi lo spettacolo nella loro sala mediatica ultra-avveniristica del Qatar.

Carmen Castillo
Parigi brucia?
Approfittando dell'ossessione anti-francese che dilaga negli USA, uno studente canadese ha messo in piedi uno scherzo spettacolare che inganna lo stesso Google. Il suo sito ha avuto un immediato successo

Per gli americani la Francia è sempre stato quello strano paese europeo, pieno di uomini con baffetti sottili, dal quale arrivano bei vestiti e succulenti piatti. Ma i venti di guerra hanno notoriamente spazzato via l'idillio (se mai c'è stato davvero) fra le due sponde dell'Atlantico. Adesso negli USA tutto quello che è Francia o francese viene visto come il più irritante fumo negli occhi. Con un'ossessione che a volte sfiora il ridicolo, come nel caso delle patatine fritte, che gli americani chiamavano "french fries" (fritto francese) e che adesso hanno deciso di chiamare con il ben più patriottico nome di "freedom fries" (fritto libertà).
Di questa diffusa ossessione anti-francese
ha approfittato Steve Lerner, uno studente canadese per mettere in piedi una graziosissima burla.

Ipotesi: i francesi (ma come si permettono?) non vogliono fare la guerra! Quindi sono "coward" (codardi), smidollati, molto poco virili!

Tesi: proprio perché sono così non hanno mai vinto una guerra!

Dimostrazione: Google!

Google? Sì, la dimostrazione che i francesi non hanno mai riportato una vittoria militare sta esattamente nel più autorevole e consultato oracolo della Rete.
Provare per credere: andate nella pagina di Google, scrivete esattamente la seguente frase "french military victories" (cioè volete sapere quali sono state le vittorie militari francesi), premete il pulsante "I'm Feeling Lucky" e...
...e vi appare la meravigliata scritta "intendevi le SCONFITTE francesi?". Già, perché più sotto la pagina spiega che di pagine su presunte vittorie militari francesi proprio non ce ne sta nemmeno una!

Una clamorosa svista patriottica di Google? No, uno scherzo ben fatto di Steve Lerner. Quella che sembra una pagina di risposta di Google in realtà non lo è: basta guardare l'indirizzo. Vale la pena di ricordare che premendo il tasto I'm feeling lucky, si va direttamente alla prima pagina che corrisponde alla richiesta. Steve Lerner ha scritto quella pagina in maniera che corrispondesse alla richiesta è l'ha fatta in maniera tale che sembrasse davvero una risposta di Google.
Uno scherzo gustoso che, come spesso succede nella Rete, ha avuto un immediato strepitoso successo: 50.000 accessi nelle prime 18 ore e il server che si blocca per eccesso di richieste. Evidentemente un sano sorriso è benvenuto in questi giorni d'angoscia.

Luciano Sposari
Lo sceriffo pazzo è offline
Un finale largamente atteso: hanno spento le telecamere del carcere medioevale di uno sceriffo dell'Arizona

La persona che risponde al nome Joe Arpaio e che dirige il carcere di Maricopa, in Arizona, non potrà più esibire sul Web la vita privata dei detenuti che ospita (con e senza condanna definitiva). Le "jail cam" (versione carceraria della web cam) istallate nel carcere
sono state spente per ordine di un giudice.
Ci sono voluti 16 mesi affinché il giudice Earl Carroll potesse giungere a questa sacrosanta decisione.
Prima ancora che cominciasse il giudizio, PuntoNet
aveva pubblicato l'articolo "Sbatti il mostro in prima pagina", dove si faceva riferimento alle immagini online delle telecamere piazzate nel carcere di Joe Arpaio, sceriffo di Maricopa, con le liste dei detenuti che includevano foto, indirizzi e 24 ore al giorno di dubbio divertimento, per chiunque volesse vedere immagini di violenza e sesso all'interno di un carcere. Una vera gogna in versione digitale.
Un curioso errore: UsaToday dice che le telecamere furono accese a luglio del 2000. PuntoNet le ha viste prima: l'articolo in cui ne parla è stato pubblicato a gennaio dello stesso anno.
Ma ci sono altri aspetti strani nella vicenda. Stranamente, questo stesso sceriffo ha avuto una grande popolarità in Internet come feroce nemico della pornografia: per averne conferma basta scrivere "Arpaio" nel motore di ricerca Google.
Si sa che nel suo interminabile regno carcerario, ha accumulato "meriti" poco invidiabili. Come, per esempio, risparmiare sul cibo dei detenuti dandogli da mangiare "green bologna" (mortadella verde perché andata a male). Oppure costringendo i detenuti ad usare divise ridicole mentre esibiva online la loro vita privata, comprese eventuali immagini di sesso e violenza, che per anni sono state in bella mostra nel sito Crime.com. Con protagonisti involontari, non pagati, indifesi e spesso anche presunti innocenti.
L'ordine del giudice arriva un poco tardi: ad aprile dell'anno scorso, le telecamere del carcere furono spente quando ha chiuso il server che ospitava il sito Crime.com.
Il portavoce di Arpaio, che sembra vivere sulla Luna, chiederà alla giustizia di riconsiderare la decisione, nel caso che lo sceriffo trovi un'altra impresa di hosting che sia disposta ad ospitare le immagini delle jail cam.
A volte ritornano
Si sta diffondendo una nuova variante del famigerato worm Code Red, che nel 2001 devastò migliaia di server Microsoft IIS.

Il livello di allarme viene definito basso o medio, ma il solo nome e il ricordo dei danni fatti da Code Red nel 2001 è sufficiente a destare la preoccupazione di tutti gli addetti alla sicurezza. La nuova versione viene denominata "Code Red.F" ed è molto simile ad un'altra variante, chiamata Code Red II: differisce da quest'ultima per due soli byte. Code Red II era programmato per fermarsi alla fine del 2002, mentre la nuova variante Code Red.F è programmato per diffondersi indefinitamente. Come tutti i worm della prolifica famiglia Code Red, anche l'ultimo arrivato utilizza un "buffer overflow" nei server Microsoft IIS ai quali non siano state applicate le necessarie patch.
Anche se ci sono notizie di alcuni danni causati da Code Red F, gli analisti ritengono che questa nuova variante non dovrebbe fare molti danni. Sono passati più di diciotto mesi dalla diffusione del primo Code Red, e le brutte esperienze del passato hanno indotto molti amministratori di sistema a prendere le dovute precauzioni. Oggi, i server vulnerabili sono molti di meno di quelli di un anno e mezzo fa. In ogni caso, chiunque abbia la responsabilità della sicurezza di un server, è fortemente consigliato di applicare la
patch cumulativa rilasciata da Microsoft. Per tutte le informazioni sul nuovo Code Red F, si possono consultare i siti dei fornitori di anti-virus, fra i quali McAfee, Symantec o Trend Micro.