n° 102 sabato 26 aprile 2003 numero arretrato
In questo numero:

C'è anche chi rifiuta Internet.
Il virus della polmonite atipica ha un fratello informatico.

Quei computer pieni di polvere (o quasi).
Nel numero precedente:

La credibilità della televisione, un altro "effetto collaterale" della guerra.
Al Jazeera, la nuova stella di Internet.
La RIAA denuncia quattro studenti universitari.
Hamburger wireless.
I top del mese:
Microsoft inciamperà in Europa?
Internet: terreno ideale per coltivare la pace
Microsoft si spoglia in Cina

Windows ha un nuovo nemico invisibile.
Il weblog va alla guerra.
Tre anni fa la net economy celebrava i suoi trionfi.

Guerra di parole
E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet
C'è anche chi rifiuta Internet
In alcuni situazioni la normalità è utilizzare Internet. Ma resta sempre un consistente numero di persone che non ha interesse per la Rete.

Tutte le ricerche e tutti gli studi vengono quasi sempre realizzati per sapere quante persone utilizzano Internet, quanto cresce la Rete e quale sia la sua penetrazione nelle varie aree geografiche e nei vari strati sociali. Questo è comprensibile, perché la condizione normale è di non essere collegato ed è giusto, quindi, che si vadano a contare quelli che fanno il grande salto per superare il fosso digitale, che divide i collegati dai non collegati.
Ma mentre si conta, Internet cresce e in alcune situazioni è cresciuta moltissimo. In qualche caso la situazione si è invertita: è diventato normale essere collegati e quelli che non lo sono cominciano ad essere considerati una recalcitrante minoranza.
Ecco quindi che cominciano a spuntare le prime ricerche su chi non usa Internet, su chi l'ha usata ma l'ha abbandonata, cercando di capire il perché di questo comportamento.
Internet è ben lontana dall'avere un'uniforme e vasta diffusione mondiale e, ovviamente, ricerche di questo tipo hanno un senso soltanto in alcune limitatissime situazioni, nelle quali la diffusione della Rete si avvicina alla diffusione del telefono e della televisione.
Gli Stati Uniti sono uno dei pochi esempi in cui ha senso un'indagine del genere ed è proprio qui che l'associazione The Pew Internet & American Life Project ha condotto una ricerca su chi si ostina a non usare la Rete.
La motivazione principale di questa condotta è tanto semplice quanto incontestabile: c'è una grande percentuale di americani che non usa Internet per il semplice motivo che non gli interessa. Tutto qui. Il 24% degli americani non ha mai provato ad entrare online. E non è che mancano le occasioni: il 20% di quelli che non sono mai entrati online vivono in case che hanno un accesso ad Internet. Il 17% di quelli che non usano Internet sono internauti "pentiti": l'hanno usata in passato ma ne sono rimasti delusi e non sono più tornati online. Più di un quarto di tutti gli utenti americani di Internet confessano che, prima o poi, smettono di andare online per un lungo periodo.
Certamente il "digital divide" gioca, anche in America, un ruolo tuttora molto sensibile: i bianchi usano la rete più delle minoranze, i giovani più dei vecchi, i ricchi più dei poveri e i colti più dei meno colti. Questo è tuttora vero, ma al di là di questi prevedibili motivi comincia ad apparire uno zoccolo duro di utenti, che non appartiene alle minoranze, che non è vecchio, che non è povero e che è colto. Nonostante questo, non ha interesse per Internet. Bene, dovremo abituarci a rispettare i desideri e le opinioni di tutti.

Carmen Castillo
Il virus della polmonite atipica ha un fratello informatico
Il virus Coronex sfrutta il panico per la SARS, la polmonite atipica

Era prevedibile che arrivasse e puntualmente è arrivato il virus che, per diffondersi, sfrutta il panico per la SARS, la polmonite atipica che occupa le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Chi scrive un virus, probabilmente passa più tempo a cercare l'esca giusta per indurre i malcapitati a cliccare l'allegato, di quanto ne passa per scrivere il codice del virus. Per questo, se qualcosa fa notizia sulle prime pagine dei giornali, prima o poi qualcuno ci scrive sopra un virus.
C'è la guerra in Iraq? Ecco il virus Ganda che promette foto satellitari dello sfortunato paese. Si diffonde il panico per l'antrace? Spuntano virus "all'antrace" da tutte le parti. Le sembianze procaci di Anna Kournikova turbano i sogni di milioni di utenti maschili? Ecco pronto il virus che turba i loro computer.
Adesso è la polmonite atipica ad imperversare nella stampa ed ecco pronto il virus, denominato Coronex, che arriva con una e-mail che ha per soggetto "Severe Acute Respiratory Syndrome" o "SARS Virus." La e-mail portatrice del virus (informatico!) arriva da una grande varietà di indirizzi: sars@hotmail.com, virus@china.com o sars2@hotmail.com. Il file allegato, che contiene il virus, può avere vari nomi, fra cui SARS.exe o Hongkong.exe.
Se non si clicca l'allegato e si provvede a cancellare il tutto, nessun problema. Se invece esiste ancora qualcuno tanto sprovveduto da cliccare un allegato del genere, le conseguenze sono le solite. Il virus si istalla nel computer, si avvia ad ogni partenza di Windows e si auto-invia a tutti gli indirizzi della rubrica.
Gli esperti non attribuiscono una grande pericolosità a Coronex: sembra che non sia tanto efficiente, come non lo era Ganda. Non dovrebbe diffondersi molto: in fondo arriva agli onori della cronaca più per merito del virus SARS, quello vero, che per meriti propri. In ogni caso,
qui si trovano tutte le ultime informazioni su Coronex.

Luciano Sposari
Quei computer pieni di polvere (o quasi)
L'informatica nelle scuole non ha prodotto tutti i benefici sperati

La rivoluzione informatica, in molte parti del mondo, è ormai arrivata nelle scuole. Negli Stati Uniti è arrivata prima e più che in altri paesi. Le scuole americane (e non solo) traboccano di computer e collegamenti ad Internet. Di soldi ne sono stati spesi tantissimi: quindi è ora di cominciare a fare qualche consuntivo e di chiedersi se i benefici corrispondono allo sforzo fatto.

Purtroppo sembra proprio di no: studenti e professori usano poco i mezzi informatici a disposizione e, quando li usano, lo fanno per svolgere soltanto poche attività di base. Questa sconfortante conclusione emerge da un'accurata indagine svolta del Maryland, in USA. Lo studio rileva che studenti e professori non fanno un uso regolare delle tante tecnologie a disposizione. Quando lo fanno, si limitano ad un uso semplicistico del word processor, a leggere qualche tutorial e a cercare qualche informazione in Internet, molto spesso per copiare i compiti. Tutto qui.

Le tecnologie disponibili vengono ampiamente sotto-utilizzate: non si usa il computer nei laboratori sperimentali per fare misure elettroniche, non si producono lavori multimediali, non si usa il foglio elettronico come potente supporto di calcolo e analisi, non si usa Internet per interagire costruttivamente con altre scuole e altri studenti per un benefico scambio di idee ed esperienze.
In definitiva, lo studio conclude drasticamente: se la tecnologia non viene utilizzata, allora è perfettamente inutile spendere tanti soldi inutilmente.

E stiamo parlando degli Stati Uniti, cioè del paese più avanzato da questo punto di vista. Non ci vuole molto a capire che in altre parti del mondo, dove la tecnologia è arrivata di meno e più tardi, le cose vadano anche peggio.

Negli anni passati si è assistita ad una vera e propria "febbre informatica" nelle scuole. Sembrava che il computer fosse diventato il miracoloso rimedio che avrebbe fatto diventare tutti gli studenti del mondo altrettanti piccoli geni. Via la lavagna, alle ortiche il gesso e soltanto un po' di rispetto per il libro, ma solo per le sue antiche e nobili origini. Ovviamente le pressioni, occulte ed esplicite, dell'industria hanno avuto un ruolo non certo secondario.

Dopo gli eccessivi entusiasmi iniziali, è cominciato ad affiorare qualche dubbio. Forse l'informatizzazione affrettata delle scuole ha portato moltissimi benefici ai venditori e pochissimi agli studenti. Sembrava che bastasse riempire una scuola di computer per ottenere automaticamente una cascata di benefici. Ma non era e non è così. Bisogna addestrare gli insegnanti adeguatamente: in caso contrario, la tecnologia non serve a niente o quasi. Bisogna integrare la tecnologia nelle altre attività e non considerarla come un'appendice di lusso. Internet, poi, non è solo una specie di grande biblioteca: è anche, e forse soprattutto, un'occasione unica di rapporti umani. Con le dovute prudenze, è necessario favorire il contatto fra scuole e studenti. Se possibile, di diversi paesi. E invece c'è l'ossessione per i pericoli della Rete, la paura di oscuri e minacciosi diavoli nascosti nelle pieghe di Internet.

Ma c'è anche chi va più avanti e comincia a dubitare che tanta tecnologia, e Internet in particolare, sia davvero in grado di produrre tutti i benefici di cui si favoleggia. Anche se fosse usata bene. Internet spinge gli studenti verso un'attività isolata, mentre nelle scuole dovrebbero essere preferite le attività che favoriscono la socializzazione. Proprio la disponibilità di tanta informazione, favorisce inevitabilmente la pigrizia mentale e la tentazione del plagio elevato a pratica abituale.

Dove sta la verità? Difficile dirlo. Il dibattito è aperto e certamente è arrivato il momento di cominciare a porsi alcuni interrogativi. Partendo dall'elementare considerazione che è sempre un male mitizzare troppo la tecnologia: un cretino, anche se gli dai un computer, si converte soltanto in un cretino con un computer. Non in un genio.

Giuseppe Laurenza


Numero precedente: sabato 5 aprile 2003
La credibilità della televisione, un altro "effetto collaterale" della guerra
Internet è la sola alternativa credibile per sfuggire alla nebbia che la televisione ha stesa sulla guerra.

Televisione e Internet non sono mai andate d'accordo. Anche se la maggioranza delle persone sono contemporaneamente utenti dell'una e dell'altra, si sa da tempo che Internet continua a sottrarre spazio alla televisione. Alla passività di quest'ultima, la Rete contrappone un'affascinante possibilità di partecipazione.

Questo lo sapevamo, ma la triste occasione della guerra in Iraq sta delineando più precisamente i ruoli dell'una e dell'altra e contribuisce ad allargare il solco fra l'una e l'altra, specialmente per quanto riguarda la capacità d'informare. Proprio per quanto riguarda l'informazione, la credibilità della televisione affonda penosamente. E intanto sale vertiginosamente l'interesse per l'informazione che offre Internet: immediata, dispersa in mille rivoli, a volte caotica e confusa, a volte anche inaffidabile, ma sempre viva, immediata e soprattutto sempre libera.

Sia chiaro: la televisione svolge ancora un ruolo assolutamente di primo piano nell'informazione. E sia anche chiaro che si fa ancora buona informazione televisiva.
Il punto centrale è un altro: la guerra ha messo chiaramente in luce che la televisione, per sua stessa natura, è facilmente addomesticabile. Internet, al contrario, non lo è. La guerra ha chiarito definitivamente la debolezza della prima e la forza della seconda.

Quello che ha più impressionato è come sia stato facile addomesticare un colossale sistema televisivo, come quello americano. Censura o autocensura, poco importa. E' la relativa semplicità con la quale il più grande sistema televisivo mondiale ha fatto sparire dagli schermi la guerra (quella vera), affondandola a colpi di retorica patriottica e penosi giornalisti "embedded", che è il nuovo termine coniato per indicare i giornalisti che dicono e fanno vedere solo quello che si vuole che si dica e si faccia vedere.

Già dai primissimi giorni di guerra abbiamo capito cosa significava "embedded": si vedeva l'immagine, in fuoco perfetto, di un marine in primissimo piano mentre brandiva con piglio fiero un'arma. Sullo sfondo, ugualmente a fuoco perfetto e in una mirabile prospettiva obliqua, si vedevano camminare i primi soldati iracheni con le mani alzati. Una ripresa tecnicamente più che perfetta, tanto perfetta da sembrare girata in uno studio, con tecnici, luci, registi, cameraman e quant'altro serve per rendere verisimile quello che non è vero. Appunto: teatrale, da studio televisivo. Abbiamo capito che non avremmo visto la guerra, ma l'immagine della guerra.

Quella perfezione aveva un sapore di plastica, di adulterato, aveva l'eccessiva lucentezza tipica dei gioielli falsi. Quelle immagini perfette possono essere la metafora della credibilità della televisione che affoga nella propria perfezione tecnica e nella propria stessa natura.
La televisione è diffusione, da un centro ben preciso. Esiste un centro, esiste una stanza dei bottoni e questo è il suo tallone d'Achille. Se controlli il centro, controlli tutto.

Internet non ha un centro. Non esiste un "timone" di Internet che può essere impugnato per controllare e guidare tutto il sistema. Internet è una pluralità caotica, è una ragnatela senza ragno, è mille rivoli incontrollabili, è molteplicità di punti di vista. Ovviamente è anche disordine, a volte inaffidabilità, a volte confusione. Ed è anche più difficile, perché ci obbliga a saper leggere, a saper distinguere la paglia dal grano. Quello che ci offre è informazione cruda: affida alla nostra intelligenza il compito di cucinarla. Non è l'informazione precotta e facile che ci offre la televisione. Una cosa, soprattutto, è vera: chi vuole, trova sempre in Internet un'informazione che non è mai "embedded", in niente e in nessuno.

Anche stavolta la Rete non ha tradito le attese. Sono i forum, le catene di e-mail e soprattutto i warblog a raccontarci davvero la guerra, non le riprese di plastica della televisione. Ne sono nati a centinaia, dall'una e dall'altra parte, e raccontano i sentimenti, rancori, i dolori, le speranze, le paure dell'una e dell'altra parte. Esattamente come deve essere in un sistema informativo serio: parlare dell'una e dell'altra parte, ugualmente, senza reticenze e con lo stesso spazio per tutti.

Perfino gli stessi americani, che pur hanno un coinvolgimento patriottico diretto, si sono accorti della trappola asfissiante della televisione. Uno studio di Pew Internet & American Life Project ha rilevato che il 10% degli utenti americani di Internet frequenta regolarmente i siti d'informazione stranieri in cerca di notizie da "un altro punto di vista". I più visitati sono i siti d'informazione arabi in lingua inglese. E' una percentuale molto indicativa se si tiene conto che soltanto il 32% visita i siti delle grandi catene televisive.

E' l'esatta fotografia di quanto dicevamo all'inizio: la televisione ha ancora un ruolo di primo piano nell'informazione, ma con questa guerra la sua credibilità ha ricevuto un pesante colpo. Un altro "effetto collaterale" di questa guerra, che doveva essere chirurgica e intelligente, ma che sta facendo molte più macerie del previsto.

Giuseppe Laurenza
Al Jazeera, la nuova stella di Internet
Nonostante gli hacker e il boicottaggio USA, la nota emittente araba è uno dei siti più visitati

Nei motori di ricerca ha superato perfino la parola "sesso". Questo la dice lunga, più di ogni altra disquisizione, di quanto sia grande il successo di Al Jazeera, la notissima televisione araba, che è rimasto uno degli occhi più importanti a trasmettere da Baghdad.
Lycos ha detto che le tante varianti ortografiche della parola "Al Jazeera" sono state le parole più richieste nella scorsa settimana. Tre volte di più della parola "sesso". Google non fornisce statistiche sui termini più richiesti, ma ha affermato che "Al Jazeera" è il termine che registra la crescita più alta.
Questo successo, di dimensioni inattese, è sicuramente il riflesso della necessità di notizie non addomesticate che hanno gli utenti. Come è noto, l'emittente del Qatar ha pestato i piedi a zio Sam, mostrando le immagini dei prigionieri di guerra. E lo zio Sam questa volta si è arrabbiato davvero e ha emesso la scomunica perpetua per l'emittente araba.
Non è un caso che "ignoti hacker" abbiano letteralmente massacrato il sito di Al Jazeera per giorni e giorni. Ma non basta. La borsa di New York e il Nasdaq hanno ritirato gli accrediti ai giornalisti di Al Jazeera.
La società americana Akamai si è affrettata
a precisare di aver collaborato solo pochi giorni con Al Jazeera per risolvere i problemi del sito. "Abbiamo strappato il contratto", ha detto pubblicamente con orgoglio patriottico il portavoce dell'azienda, piangendo in privato per i tanti soldi persi.
Ma l'emittente non si arrende: ha messo in piedi un servizio di notizie inviate via SMS, che può in parte porre rimedio alle inefficienze del sito Web. Il servizio è in inglese ed è destinato a tutti, tranne agli utenti americani. Una ripicca? Non proprio: gli americani non utilizzano gli SMS e quasi non sanno cosa siano.
La RIAA denuncia quattro studenti universitari
Sono accusati di gestire reti di scambio file sul tipo di Napster

Continua con inossidabile testardaggine la campagna della RIAA, l'associazione americana delle grandi discografiche, contro lo scambio di file. Questa volta gli sceriffi del copyright
hanno sparato quattro procedimenti giudiziari contro altrettanti studenti universitari americani. I quattro sono accusati di gestire, all'interno delle rispettive università, una rete tipo Napster per la condivisione dei file. Non manca, ovviamente, la consueta richiesta di risarcimento dei danni: 150.000 dollari.
Uno studente appartiene all'Università di Princeton, un altro all'Università Tecnologica del Michigan e gli altri due all'Istituto Politecnico Rensselaer di New York.
Alcuni mesi fa, la RIAA aveva chiesto la collaborazione delle autorità universitarie per combattere la condivisione dei file fra gli studenti, un'attività molto fiorente all'interno dei campus. Evidentemente la collaborazione è mancata del tutto o in gran parte e quindi i paladini del copyright hanno deciso di passare all'azione. Legale, ovviamente, come è loro abituale costume.
La RIAA accusa gli studenti di aver scambiato migliaia di file protetti dal diritto d'autore. Il software utilizzato è noto con il nome di Flatlan o Direct Connect, che ha un funzionamento molto somigliante al vecchio Napster. I nomi dei file vengono indicizzati in un server centrale, al quale hanno accesso i vari utenti.
Napster è già stato condannato e siccome questo sistema gli somiglia, la RIAA è convinta che è ugualmente illegale, anche se non è aperto a tutti, ma limitato agli studenti interni all'università.
Dalle minacce ai fatti: gli sceriffi del copyright avevano promesso di perseguire anche i singoli utenti. Avevano minacciato gli studenti universitari e le denunce sono arrivate. Ma hanno anche diffidato quelli che condividono file nel luogo di lavoro. Presto arriveranno azioni legali anche per loro.
Mentre la RIAA prosegue le sue ottuse battaglie legali, la condivisione di file prosegue allegramente come non mai. Quando apriranno gli occhi?

Carmen Castillo
Hamburger wireless
La nota catena McDonald's sperimenta i punti d'accesso Wi-Fi

In dieci locali McDonald's di New York verrà sistemato un punto d'accesso wireless ad Internet, in un esperimento per vedere se le patatine fritte vanno d'accordo con Wi-Fi. Se l'esperimento avrà successo, entro la fine dell'anno verrà esteso a molte centinaia di locali della nota catena di fast food, a Chicago e in una città della California.
La campagna promozionale sarà condotta insieme ad Intel, che ha molto interesse a spingere Centrino, la nuova piattaforma mobile che integra l'accesso wireless.
Avremo presto la possibilità di coniugare gli hamburger con l'accesso wireless ad Internet? Difficile dirlo. Ma già da adesso sembra molto improbabile che i divoratori di hamburger possano andare nel tempio del fast food, portandosi dietro un notebook per accedere ad Internet.
Ma c'è un'altra considerazione. Un fast food non è un vero ristorante, è un posto da mordi e fuggi: è il paradigma stesso della velocità. Ci vuole un minuto per mangiare un hamburger: non c'è il tempo per navigare in Internet. Un ristorante vero, un caffè, un albergo sono ben altra cosa: hanno lentezze e tempi più lunghi. E in queste lentezze c'è spazio anche per controllare le e-mail o per navigare in Internet. La catena americana di caffè Starbucks già da tempo ha sistemato punti d'accesso Wi-Fi in molti propri locali. Con un discutibile successo.
Per McDonald's, i primi risultati non sembrano molto incoraggianti, tanto che viene offerta un'ora gratis di navigazione a chi compra un grande hamburger. Chi non ha tanta fame, può sempre pagare 3 dollari per un'ora. Ma, se non è per gli hamburger, perché uno dovrebbe andare proprio in un McDonald's per navigare? Staremo a vedere.

Luciano Sposari