n° 67 sabato 23 febbraio 2002 numero arretrato
Su questo numero:


I mille rivoli dell’opensource, di G. Livraghi
La difficoltà di essere onesto



I top del mese:
2001: un "bagno di sangue" per i venditori di computer
Evviva! Se n'è accorto anche lui!
AOL a caccia del pinguino?
Il Papa legittima Internet
I confini elettronici nella Rete
Logica da Far West
Germania: petizione contro Microsoft
E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet
I mille rivoli dell’opensource
di G. Livraghi

Da due o tre anni il tema della trasparenza e della compatibilità nel software e nella comunicazione online non è più un argomento di cui si occupano solo gli “addetti ai lavori” o poche persone particolarmente impegnate sui temi della qualità e della libertà di dialogo e di informazione. Rimane ancora “marginale” rispetto al gran fracasso su cose assai meno importanti, ma se ne parla occasionalmente anche nei mass media.

È altrettanto recente, ma continua a svilupparsi, un altro fenomeno interessante: il crescente interesse per le soluzioni opensource da parte delle imprese – compresi grandi protagonisti “storici” come l’Ibm e altri grossi operatori dell’informatica come la recente fusione di Compaq e Hewlett-Packard. C’è anche un ancora sommesso, ma crescente, impegno da parte di governie pubbliche amministrazioni in mezzo mondo (mentre le “autorità” e le grandi imprese italiane continuano a insistere con cieca ostinazione nella direzione sbagliata).

Non si tratta di un “duello” fra due singole soluzioni, né di uno scontro frontale fra due schieramenti omogenei e contrapposti. Non è neppure la rivoluzione di un “nuovo” (le soluzioni aperte e in particolare Linux) contro un “vecchio regime” (i sistemi chiusi e in particolare il monopolio Microsoft). Non è un’insurrezione di romantici sognatori, ma un sistema concreto di soluzioni pratiche e funzionali.

La situazione è intricata e complessa. Con un’infinità di fatti ed evoluzioni che, almeno finora, non danno luogo a un quadro organizzato o coerente. Più che una guerra sembra una guerriglia, in cui il corpaccione degenerato e infetto dei sistemi purtroppo più diffusi è attaccato e intaccato su mille fronti da una varietà di soluzioni e situazioni diverse, più o meno “piccole” ma accomunate da una maggiore apertura, trasparenza e compatibilità – e dalla loro capacità biologica di “co-evolvere”, di verificarsi e migliorarsi a vicenda.

Accade spesso, nella storia delle cose umane, che l’evoluzione e l’innovazione avvengano in questo modo. Senza un disegno ordinato e programmato, ma per una più o meno spontanea, darwiniana evoluzione di un’infinità di fenomeni apparentemente diversi – in cui cose nuove si mescolano ad altre che nuove non sono, ma sembravano spente o dimenticate.

Queste evoluzioni ci sono, per fortuna, anche in Italia. Ma ancor più che altrove sono disperse in un’infinità di iniziative – spesso solide ed efficienti, ma trascurate e ignorate, anzi spesso ostacolate, dalla “cultura dominante” (politica, amministrativa, delle grandi imprese, dell’informazione e della formazione). Invece la libertà, l’apertura e la compatibilità dovrebbero essere coltivate e incoraggiate con particolare attenzione proprio da noi. Sul fronte delle grandi concentrazioni e dei sistemi chiusi la partita è persa – non abbiamo alcuna possibilità di competere. In un quadro più libero, aperto e molteplice la prepotenza della “massa d’urto” è meno efficace, c’è molto più spazio per l’ingegno, la fantasia, la flessibilità. Dove c’è vera libertà e apertura di comunicazione le occasioni sono straordinariamente più ricche per l’Europa – e in particolare per l’Italia.

L’importante è capire che il concetto di compatibilità e di soluzioni aperte non riguarda solo la disponibilità del “codice sorgente” nel software (cioè open source) ma più estesamente ogni sorta di applicazioni e risorse, compresi i “protocolli” su cui si basa l’internet e i “linguaggi” con cui si organizza la comunicazione online. Queste soluzioni, fin dalle origini, sono nate “aperte” e sostanzialmente lo sono ancora oggi. Solo con una piena compatibilità e apertura è possibile un buon funzionamento dell’internet. Ogni tentativo di rinchiuderla, costringerla o deformare i sistemi rendendoli meno compatibili va contro la natura intrinseca della rete. Presto o tardi finisce col ritorcersi contro chi adotta quelle impostazioni sbagliate.

La libertà e l’apertura non sono solo esigenze fondamentali della cultura umana e della società civile. Sono anche un vantaggio per il business. Le soluzioni aperte non sono soltanto più gestibili e meno costose. Sono anche molto più affidabili ed efficienti.

Chi si chiude, o si lascia rinchiudere, in sistemi o linguaggi condizionati e incompatibili alla fine si troverà a parlare solo con se stesso – e a soffocare nei miasmi di un ambiente privo di scambio, d’aria e di respiro. Le ingombranti e onanistiche “decorazioni” di cui ha riempito le sue isolate proprietà non avranno più valore dei graffiti sui muri di una prigione.


(*) Per gentile concessione di Giancarlo Livraghi, autore, fra l'altro, dei libri La coltivazione dell'internet e il recente L'umanità dell'internet

La difficoltà di essere onesto
Sembra che le major della musica facciano di tutto per rendere la vita difficile a chi decide di pagare la musica.

Sembra proprio difficile, di questi tempi, rimanere una persona onesta e contemporaneamente un amante della musica. Con tanti mp3 gratis, illegali e facili da scaricare che girano per Internet la tentazione è certamente troppo forte.

Ma supponiamo che una persona, in un impeto d'onestà, voglia cancellare dal proprio computer i vari AudioGalaxy, Morpheus, Gnutella e voglia onestamente pagare per quello che ascolta. Cosa trova in giro? In che modo le major della musica facilitano la sua conversione e redenzione? Come viene accolta nel gregge delle persone oneste (e paganti) la pecorella smarrita? La risposta è semplice in maniera sconfortante: la pecorella smarrita viene accolta male, molto male.

Chi decida di rientrare nel gregge degli onesti pay-per-play più che una pecorella si sente qualcosa a metà fra un agnello sacrificale, un caprio espiatorio ed anche un idiota. Le major della musica hanno speso cifre imponenti per mettere in piedi i loro siti di musica a pagamento. Ma in preda alla disperazione di salvare i loro (enormi) guadagni lo hanno fatto in maniera tale che peggio non si potrebbe. Mai un'industria ha speso tanti soldi per rendere tanto difficile l'uso e la diffusione dei propri prodotti. Seguiamo l'ipotetica persona onesta che voglia pagare per ascoltare musica. Cosa trova in giro?

Innanzi tutto trova RealOne di RealNetworks, il servizio di musica a pagamento che ha la licenza del vastissimo catalogo MusicNet di AOL Time Warner e Bertelsmann. Si pagano 9,95 dollari al mese per ascoltare 100 canzoni e per scaricarne altre 100. Non sembra poi tanto male e non si capisce perché non abbiano deciso di fermarsi qui e abbiano invece voluto aggiungere incredibili condizioni.

I file scaricati possono essere ascoltati soltanto sullo stesso computer con cui è stato fatto il download. E perché? Inoltre, pur avendoli pagati, non possono essere registrati su CD per poterli ascoltare nello stereo dell'auto. E perché? Ma non basta. Ogni file scaricato può essere ascoltato soltanto per 30 giorni, dopo di che si blocca. E se lo si vuole ascoltare ancora, si deve pagare un altro mese e il file rientra nei 100 del mese successivo. In parole povere si possono avere solo 100 file funzionanti e non di più. Scordatevi gli hard disk stracolmi di centinaia o migliaia di mp3. Nemmeno pagandoli!

L'aspirante persona onesta decide che questo è davvero eccessivo e decide di spostarsi a Pressplay, il servizio di Sony e Universal ed EMI. Per 14,95 dollari si possono ascoltare 500 canzoni al mese, scaricarne 50 e addirittura se ne possono registrare 10 su CD. E inoltre i file scaricati sono accumulabili: ogni mese se ne possono aggiungere altri 50. Sembra meraviglioso, onesto e fattibile! Ma anche in questo caso si è voluta aggiungere un'incomprensibile clausola vessatoria. Tutto bene fino a quando si continuano a pagare le quote mensili, ma nel momento in cui si smette, tutti i file si bloccano e si convertono in inutile spazzatura. Anche avendoli regolarmente pagati.

E' incredibile come le major della musica stiano facendo di tutto per ostacolare le (poche) persone che vorrebbero essere oneste. Fra i tanti funzionari dei giganti della musica, qualcuno si deve pur essere posto la semplicissima domanda che ogni utente di Internet si pone: è preferibile prendere gratis, facilmente e senza nessuna restrizione tutta la musica che si vuole oppure è preferibile pagare per prendere soltanto poca musica e per giunta con incredibili restrizioni? Ma è tanto difficile capire quale sarà la risposta degli utenti di Internet?

Giuseppe Laurenza