n° 86 sabato 21 settembre 2002 numero arretrato
In questo numero:
E la montagna partorì un topolino con ruggito da leone.
Grecia: la polizia inasprisce la repressione dei videogiochi.
Il governo USA offre un'altra possibilità alla ICANN
.
Nel numero precedente:
Scherzo cinese?
Napster diventerà un sito porno?
Client di tutto il mondo, unitevi!
SP1 per Windows XP: uscito e già craccato
Avremo un Prozac XP?
I top del mese:
McAfee proteggerà lo scambio online
Eroe in USA e hacker in Russia
La fine di Napster
Dovremo pagare per le immagini JPEG?
Internet in libertà vigilata.
Tramonta nei campus americani il mito dell'hi-tech?
Fate giocare la Grecia!
Prima vittoria giudiziaria contro la legge che proibisce i videogiochi in Grecia.
E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet
 

E la montagna partorì un topolino con ruggito da leone
L'amministrazione Bush pubblica la prima stesura del progetto per la sicurezza informatica. Molta retorica patriottica, qualche buona idea e soprattutto un'assenza clamorosa: Microsoft.

Annunciato da mesi con grande rumore pubblicitario, è stato finalmente
reso pubblico il tanto atteso piano dell'amministrazione Bush per la sicurezza informatica. Un anno di lavoro e decine di esperti coinvolti hanno partorito un documento di ben 65 pagine, denominato "The National Strategy to Secure Cyberspace" (Strategia nazionale per rendere sicuro il cyberspazio). Il documento è un "draft", una prima stesura, e contiene più di 60 raccomandazioni. Per 60 giorni rimarrà a disposizione di chiunque voglia inviare commenti. Si conclude così la prima fase dell'arduo lavoro coordinato da Richard Clarke, consigliere speciale di Bush per la sicurezza informatica.

Ad una prima lettura il documento sembra un misto di cose ampiamente risapute, di proclami retorici e patriottici e solo in qualche punto sembra offrire buoni spunti. Insomma molto fumo, nessuna indicazione concreta e la voglia di commentare "e ci volevano tanti mesi e tanti esperti per scrivere questo tipo di documento?".

Spunti buoni (ma ampiamente risaputi): occorre costruire una cultura della sicurezza che deve coinvolgere tutti, dal semplice utente alla grande corporation. La sicurezza deve diventare una reazione istintiva, così come guardiamo da un lato e dall'altro quando attraversiamo la strada. E siamo perfettamente d'accordo: e chi non lo sarebbe?.
Il tono e il linguaggio somigliano molto a quello utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, quando tutti i cittadini erano sollecitati a fare la loro piccola parte per contribuire alla vittoria. Anche adesso tutti gli utenti devono, ciascuno, curare la sicurezza della piccola parte di cyberspazio che occupano, per contribuire alla grande sicurezza collettiva. E siamo perfettamente d'accordo: e chi non lo sarebbe?
Deve nascere, inoltre, una stretta e proficua collaborazione fra pubblico e privato. E siamo perfettamente d'accordo: e chi non lo sarebbe?

Il tutto è preceduto da previsioni catastrofiche in cui si immaginano scenari apocalittici di attacchi terroristici. Richard Clarke non è nuovo a queste cose e non si smentisce nemmeno in questa occasione affermando che "il peggio deve ancora accadere". Bush si appresta a chiedere al Congresso altri soldi da destinare alla sicurezza informatica e si capisce (almeno in parte) la necessità di preparare il terreno con previsioni catastrofiche.

Di misure concrete, nemmeno l'ombra. Di proposte operative, neanche un accenno.
In uno dei tanti forum un anonimo utente commenta che "il governo dovrebbe concentrarsi a risolvere il problema invece di confezionargli un bel vestito". Comunque sarebbe troppo riduttivo liquidare questo documento come semplice fumo privo d'arrosto. In realtà, a suo modo, dice molto di più di quanto sembri. Forse le cose davvero importanti sono quelle che non dice, più di quelle che dice.

Will Rodger, funzionario di Computer & Communications Industry Association, ha sintetizzato quello che molti hanno pensato: "Si sente la mano di Microsoft dietro a tutto questo".
In tutto questo gran polverone, infatti, il grande assente, il convitato di pietra è proprio Microsoft. Nessuna indagine seria potrebbe "dimenticare" che il 95% dei problemi di sicurezza informatica sono dovuti ai prodotti Microsoft. Se Windows non esistesse, avremmo di colpo risolto il 95% di tutti i problemi. Ma nel rapporto di Richard Clarke, mai viene nominata l'azienda di Bill Gates. Perché? Una dimenticanza? Improbabile.

Qualcuno (generoso) fa notare che Richard Clarke non poteva puntare adesso l'indice accusatore proprio contro la società con la quale dovrà collaborare in futuro se vuole risolvere il problema sicurezza.
Altri (meno generosi) fanno notare una strana osmosi fra l'amministrazione Bush e l'azienda di Bill Gates. Howard Schmidt, ex capo della sicurezza di Microsoft, adesso fa parte dello staff di Richard Clarke, mentre l'ex capo del dipartimento per la sicurezza informatica del Ministero della Giustizia, adesso lavora per Microsoft.
Altri ancora (molto cattivi) si limitano a ricordare i forti finanziamenti di Microsoft per la campagna elettorale di Bush.

Quindi una banale storia di interessi? Nessuno può dirlo, ma a noi non sembra probabile. Tutta la faccenda è certamente più complessa di quello che si vede. Il problema della sicurezza informatica esiste e, al di là delle evidenti esagerazioni, è uno degli argomenti all'ordine del giorno. E Microsoft sa bene di essere il maggiore, se non l'unico, imputato. Per questo, qualche mese fa, Bill Gates ha annunciato "la svolta storica" con la quale Microsoft decideva di mettere la sicurezza al primo posto. Adesso sappiamo che quel discorso era fatto a nuora perché suocera intenda. Fatto agli utenti, ma diretto al governo. Come mettere le mani avanti: da oggi prometto di fare il bravo, offro tutta la collaborazione possibile e in cambio chiedo di non essere messo sul banco degli imputati e, soprattutto, di mettere la sordina all'accusa di monopolio. Forse non sono successe esattamente queste cose, ma cose di questo tipo si.

Questo rapporto Clarke sistema un altro tassello di un quadro generale che fa intravedere una specie di accordo patriottico-economico fra Bill Gates e l'amministrazione Bush. Che questo sia bene o male, non si può dire adesso: se davvero esiste, saranno i fatti a dire se avrà prodotto buoni o cattivi risultati.


Giuseppe Laurenza

Grecia: la polizia inasprisce la repressione dei videogiochi
Arresti, chiusura di cybercaffè, sequestri di computer e la polizia accusata di comportarsi come i Talebani

Sembrava che tutta la faccenda della proibizione dei videogiochi in Grecia si avviasse a sgonfiarsi e tutto fosse sul punto di ritornare ad una ragionevole normalità. Qualche settimana fa, infatti, un giudice di Tessalonica aveva
dichiarato incostituzionale la famigerata legge 3037 e aveva assolto le prime tre persone accusate in base a questa legge.
E invece no: sembra che il governo greco abbia deciso di usare la mano pesante contro i cybercaffè e contro chiunque venga sorpreso a giocare. Alcune persone sono state arrestate in varie parti del paese, alcuni cybercaffè chiusi e molti computer sequestrati come "prova" giudiziaria. La sentenza del giudice di Tessalonica è stata appellata e le tre persone, già assolte in primo grado, dovranno affrontare un nuovo processo.
"La polizia si comporta come i Talebani", dice in
un'intervista della BBC Christos Iordanidis, una delle persone già assolte dal giudice di Tessalonica. Quattro persone sono state arrestate a Serres, nel nord del paese, un'altra a Larissa, nella Grecia centrale, e altre sei ad Orestiade. In tutti i casi la polizia ha sequestrato le apparecchiature e si rifiuta di restituirle, anche se un giudice di Serres ha confermato la sentenza di Tessalonica, dichiarando incostituzionale la legge.
Intanto
prosegue la protesta con la raccolta di firme online e comincia a farsi sentire la pressione dell'Unione Europea sulle autorità elleniche, che sembrano però intenzionate a proseguire in questa incredibile e assurda repressione.

Luciano Sposari
Il governo USA offre un'altra possibilità alla ICANN
Rinnoverà il contratto, ma promette maggiori controlli.

Il governo degli stati Uniti rinnoverà il contratto con la ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ma sottoporrà a stretto controllo il comportamento di quest'ultima. A fine settembre scade il contratto con il quale, nel 1998, le autorità americane avevano affidato alla ICANN la gestione globale dei domini e dei numeri IP di Internet. Semplificando un po' le cose, si potrebbe dire che le aveva affidato il governo della Rete.
Iniziata con grandi promesse di rinnovamento, democratizzazione e internazionalizzazione, la gestione della ICANN ha sempre più mostrato di saper curare soltanto gli interessi dell'oligarchia tecnico-imprenditoriale che ha creato Internet. Con un occhio sempre attento ai voleri dello zio Sam e un altro agli interessi delle grandi corporation americane, ha ampiamente disatteso le promesse iniziali.
Alcuni l'accusano di estenuante lentezza nelle decisioni, altri di non fare gli interessi dei normali utenti della Rete, altri ancora di calpestare le libertà civili degli utenti a vantaggio degli interessi dei trademark. Negli ultimi tempi sono anche emerse accuse su una poco chiara gestione dei fondi. Mai la ICANN ha voluto mostrare la contabilità, sempre tenuta gelosamente segreta. Tanto che alcuni sostengono che sappiamo molto di più delle segretissime elezioni del Papa nella Cappella Sistina, di quanto sappiamo di come vengono prese le decisioni in seno alla ICANN.
Al centro di una mare di critiche da tutte le parti, non si trova in giro nessuno disposto a spezzare una lancia in favore di questa organizzazione, che assomiglia molto ad una loggia segreta.
A fine settembre scade il contratto e molti speravano che il governo americano fosse disposto a voltare pagina in maniera decisa. Invece il contratto verrà rinnovato e la ICANN ottiene una mezza vittoria. Una vittoria perché continuerà a gestire la Rete, ma mezza perché il governo americano, sotto la pressione delle critiche, ha tutta l'aria di minacciare che, se le cose non cambiano, potrebbe davvero mettere alla porta i baroni dei domini.


Numero precedente: sabato 14 settembre 2002
Scherzo cinese?
Termina misteriosamente come era cominciato il blocco di Google in Cina

Alcuni utenti Internet di Shangai e di Pechino riferiscono che, dopo qualche settimana, è terminato improvvisamente il blocco di Google. I trenta milioni di utenti cinesi possono di nuovo accedere al noto motore di ricerca, che si dimostra molto efficiente nella ricerca di materiale online in lingua cinese.
All'inizio di settembre, improvvisamente, erano arrivate segnalazioni sul blocco di Google in Cina. Gli utenti non riuscivano a collegarsi e venivano dirottati automaticamente ad altri siti cinesi di ricerca. I gestori di questi ultimi dichiaravano di essere assolutamente estranei alla cosa e loro stessi non riuscivano a spiegarla. Alcuni hanno subito pensato all'ennesimo tentativo delle autorità cinesi di impedire l'accesso a siti considerati inopportuni.
Qualche giorno fa, anche Altavista risultava inaccessibile dalla Cina e, a differenza di Google, rimane tuttora bloccato.
A parte qualche insignificante commento di addetti d'ambasciata, non esiste alcuna presa di posizione ufficiale delle autorità di Pechino e tutte le illazioni sono possibili.
Perché è stato bloccato Google? E perché è stato liberato dopo pochi giorni? Perché Altavista è ancora bloccato? E perché a Yahoo non è toccata la stessa sorte? Tutta una serie di interrogativi che rendono ancora più misteriosa tutta la faccenda.
Qualcuno avanza l'ipotesi che tutto questo sia una specie di prova generale in vista di un ben più consistente filtro di Internet. Sottolineano, infatti, che un blocco di queste dimensioni la dice lunga sulle altissime capacità tecniche di controllo raggiunte in Cina. Altri sostengono che Google sia stato liberato per il gran rumore che tutta la faccenda ha fatto nella stampa mondiale. Altri ancora sostengono che tutto questo sia l'inizio della realizzazione di quella che le autorità cinesi chiamano Great Firewall, una grande barriera che impedisca l'accesso dei cinesi ai siti ritenuti scomodi.
Visto che tutti si sentono autorizzati a formulare ipotesi, ne avanziamo una anche noi: e se fosse soltanto un classico scherzo cinese? Sarebbe bello e anche divertente, ma temiamo che non sia proprio così: con Internet c'è poco da scherzare e le autorità cinesi lo sanno benissimo.
Napster diventerà un sito porno?
Private Media, un sito per adulti di Barcellona, ha presentato un'offerta d'acquisto di 2,4 milioni di dollari

Dalla musica alle immagini porno? Diventa concreta l'ipotesi che Napster si trasformi in un sito per lo scambio di contenuti per adulti. Private Media, un'azienda spagnola di Barcellona che si dedica all'intrattenimento per adulti, ha, infatti, annunciato di aver presentato un'offerta per acquistare il marchio Napster e il sito Napster.com. In cambio Private Media offre un milione delle proprie azioni, per un valore complessivo che dovrebbe aggirarsi sui 2,4 milioni di dollari.
Come avevamo segnalato in un nostro
precedente articolo, una corte americana ha recentemente respinto l'offerta d'acquisto di Bertelsmann, aprendo così la strada ad una definitiva liquidazione di Napster, in base all'articolo 7 delle norme americane sui fallimenti.
Nella sede di quello che fu uno dei siti più importanti della storia di Internet, non rimane ormai che qualche funzionario e qualche impiegato e nessuno di loro ha rilasciato commenti.
Charles Prast, CEO di Private Media, ha sottolineato che ormai il 35% dei file che circolano nelle reti di scambio peer-to-peer hanno un contenuto per adulti e che anche l'industria dell'intrattenimento, al pari di quella della musica, è preoccupata per le sistematiche violazioni del copyright.
L'acquisto di Napster, ha proseguito Charles Prast, è un maniera attraverso la quale l'industria dell'intrattenimento cerca di entrare nel mercato dello scambio peer-to-peer. Napster, nelle intenzioni di Private Media, verrebbe utilizzato per offrire a milioni di clienti in tutto il mondo, la possibilità di scambiare gratuitamente contenuti per adulti. Ovviamente verrebbe anche usato per proporre contenuti di qualità a pagamento.
L'offerta di Private Media deve passare al vaglio del giudice fallimentare del Delaware, che dovrà approvarla o respingerla. Sembra tuttavia difficile che venga approvata un'offerta di 2,4 milioni di dollari, dopo che è stata respinta una di circa 9 milioni di dollari.

Luciano Sposari

Client di tutto il mondo, unitevi!
Un'intervista a Bill Joy, il padre di Java, offre uno spunto di riflessione sul presente e sul futuro di Internet

Fortune lo definisce "l'Edison di Internet". Di lui si dice che pensa più velocemente di altri e molti lo ritengono il più intelligente fra i guru dell'informatica. Si tratta di Bill Joy, cofondatore e capo scientifico di Sun. Come dire, uno dei padri di Java, il che è già sufficiente a capirne la statura scientifica. Ma lui non si definisce un tecnico: ritiene di essere uno che pensa e i pensieri sono spesso rivoluzionari.

In
un'intervista concessa al Financial Times offre un piccolo saggio delle sue idee fuori del comune, attraverso uno spettacolare paragone che mette insieme teorie marxiste e struttura di Internet: un'ipotesi che appare come un vero e proprio numero da trapezio intellettuale.

I server di Internet sono la borghesia capitalista, che gode di tutti i vantaggi e forma la struttura di potere della Rete. I client sono il proletariato: non hanno nessun diritto, dipendono in tutto dai server e possono solo portare le catene imposte da questi ultimi. La Rete, basata rigidamente sull'architettura client-server, ha una forte struttura gerarchica che ne impedisce un pieno sviluppo.

Proseguendo nella metafora, Joy ipotizza una vera e propria rivoluzione che rompa questa rigida gerarchia per fare spazio ad una struttura in cui tutti gli elementi della rete abbiano pari dignità e possibilità. In altre parola, il peer-to-peer che diventa l'architettura portante di Internet, per favorire pienamente lo scambio di idee, informazioni, riflessioni, risorse e quant'altro può viaggiare in Rete.

Napster è stato solo un primo e pallido esempio delle potenzialità della struttura egualitaria peer-to-peer. Se questa struttura si diffondesse, avremmo quella che Joy chiama una immensa "intermediazione dinamica". E avremmo anche immensi benefici tecnici. La struttura client/server ha un punto debole: al crescere del traffico, il server tende a caricarsi troppo e a rallentare tutta la comunicazione. Questo non accadrebbe in una grande struttura peer-to-peer, nella quale, unendo tante piccole forze si otterrebbe un'immensa forza. L'elaborazione distribuita è un altro piccolo esempio in questa direzione.

Al di là della vistosa metafora, non ci sembrano poi tanto nuove le considerazioni di Joy. In un certo senso, in maniera più semplice, le avevamo già dette in un vecchio articolo (
La napsterizzazione di Internet) di quasi due anni fa. Affermavamo che la condivisione è scritta profondamente nel genoma di Internet, fino a costituirne l'essenza più profonda e innovativa. Questo lo abbiamo capito da anni e abbiamo anche capito che si vanno stabilizzando in Internet due tendenze contrapposte, che corrispondono a due diverse visioni della Rete.

Una tende alla concentrazione della Rete attorno a pochi immensi siti che forniscono tutti i servizi agli utenti. Ad esempio AOL o Yahoo o il portale di Microsoft. In altre parole, una specie di brutta copia della televisione, con un centro che diffonde e molti ascoltatori-fruitori di servizi che passivamente prendono quello che viene offerto. Una struttura basata su pochi, grandi e ordinati poli d'aggregazione è ritenuta ideale per favorire la trasformazione della Rete in quello che assomiglierebbe ad un immenso centro commerciale.

L'altra tendenza è quella che vede la Rete come il luogo ideale in cui si confrontano, alla pari, idee, informazioni e risorse. La tendenza che vorrebbe esaltare l'originaria natura di Internet e la vera ragione per cui è nata. Ma proprio questo fa paura a molti: il timore che la Rete diventi sempre più una specie di suck incontrollabile, anarcoide, e dove l'unico commercio che si possa fare è il baratto, lo scambio. Un paradossale ritorno alla più arcaica forma di commercio nel più moderno e tecnologico degli ambienti.

Saremmo di una stucchevole ovvietà se auspicassimo una felice convivenza delle due tendenze, con tutti che vissero felici e contenti, ciascuno con l'Internet che gli piace. Ma non è così. Non sembra che ci siano segnali di armistizio fra le due tendenze: Napster è morto, la RIAA continua con i suoi assalti giudiziari e si diffonde sempre più il controllo governativo della Rete. Naturalmente esiste ancora moltissimo spazio per tutte e due le tendenze, ma temiamo che in futuro ci troveremo sempre di più di fronte alla necessità di dover scegliere o di subire le scelte.

Giuseppe Laurenza

SP1 per Windows XP: uscito e già craccato
In Rete le istruzioni per aggirare la protezione del sospirato Service Pack 1 per Windows XP

Era atteso da tempo il sospirato Service Pack 1 per Windows XP, ma molti avevano già avuto la possibilità di avere per le mani la versione beta. Alcuni già si stavano chiedendo come fare per aggirare la protezione del Service Pack 1, che notoriamente non consente l'istallazione su una versione illegale di Windows XP, non regolarmente acquistata e registrata.
Il 9 settembre scorso finalmente è arrivato il Pacco, ma tutti quelli che hanno tentato di istallarlo su una versione non registrata, a metà istallazione, si sono ritrovati di fronte all'inesorabile avviso "The Product Key used to istall Windows is invalid" e più avanti lo stesso avviso invita l'utente a contattare il Team Anti-Pirateria di Microsoft. Questa è un'ottima soluzione per gli utenti innocenti. Per quelli che tanto innocenti non sono, ci sta un'altra soluzione pronta in Rete.
Un tale Cameron Wilmot, nel sito Tweak Town, offre precise e dettagliate
istruzioni per aggirare alla grande l'ostacolo del Product Key e istallare ugualmente il Service Pack 1, senza troppi problemi.
Chiunque fosse interessato a sapere come vanno le cose, dovrà affrettarsi. E' presumibile che fra poco Microsoft sguinzaglierà i propri avvocati e non è prevedibile che quelle istruzioni restino lì per sempre.

Carmen Castillo
Avremo un Prozac XP?
Bill Gates diventa proprietario del Prozac e del Viagra. Un'ottima occasione per facili ironie in Rete?

La notizia, passata abbastanza inosservata, è di quelle che, da un lato si prestano a facili e maliziosi commenti, ma dall'altro un po' preoccupano, quando si comincia a pensare alle possibili conseguenze. Ma andiamo con ordine. I notiziari finanziari specializzati hanno diffuso
la notizia che Bill Gates ha venduto circa 9 milioni dei circa 660 milioni di azioni Microsoft che possiede. Una goccia, ovviamente, ma il bello viene adesso. Come ha investito i soldi ricavati dalla vendita? Ha comprato azioni delle più note case farmaceutiche: 2.589.000 azioni di Eli Lilly, nota produttrice dell'antidepressivo Prozac, 1.202.000 azioni di Pfizer, nota produttrice del Viagra, e per finire 1.339.000 azioni dell'altra farmaceutica Merck.
Tutti sanno che, negli ultimi tempi, le sole aziende che non hanno conosciuto crisi sono proprio le farmaceutiche e Bill Gates non poteva davvero fare una scelta migliore, anche se, in apparenza, la commistione fra software e pillole sembra un po' desueta.
Ma vediamo la cosa da un altro punto di vista. Il brevetto del Prozac è scaduto, ma Eli Lilly, come spesso fanno le farmaceutiche, ha preso il principio attivo, ci ha messo dentro un po' di prezzemolo e basilico e lo ha presentato (e brevettato) come medicamento "nuovo". Ovviamente a prezzo maggiorato e ovviamente giustificando il prezzo con le spese per la "ricerca".
Vedendo le cose da questo punto di vista, Bill Gates dovrebbe trovarsi perfettamente a suo agio nella pratica di aggiungere un po' di prezzemolo a cose vecchie per presentarle come nuove e farsele pagare a caro prezzo. Prendi il vecchio kernel di Windows NT, ci metti un po' di cieli azzurri degni di un'estetica da asilo infantile, ci aggiungi qualche player multimediale e qualche ritocco qua e là e sai cosa viene fuori? Windows XP.
Siamo i primi ad ammettere di essere troppo cattivi e ingenerosi, quando in realtà dovremmo essere grati a zio Bill. Dopo averci causato, per anni, la più profonda depressione con i blocchi di Windows, gli schermi blu e "le operazioni incorrette", adesso si prende cura di noi e si preoccupa di procurarci un bel Prozac, magari targato XP. Speriamo solo che non ci faccia venire la faccia blu!
Ma non è tutto. In Rete circolava una feroce barzelletta. Secondo i maligni (sicuramente adepti di Linux) la moglie di Bill Gates, dopo la prima notte di nozze, ha esclamato: "Adesso capisco perché si chiama Micro-Soft!". Ora che zio Bill è diventato proprietario del Viagra, finalmente i soliti maligni seguaci di Linux dovranno ricredersi su tutta la linea.