| n° 99 sabato 15 marzo 2003 | numero arretrato |
| In questo
numero: Il weblog va alla guerra. Tre anni fa la net economy celebrava i suoi trionfi. Il Pentagono prepara la Soluzione Finale per i reporter indipendenti in Iraq. Parigi brucia? Lo sceriffo pazzo è offline. A volte ritornano. |
Nel numero precedente: Windows ha un nuovo nemico invisibile. Quando la Rete e la realtà condividono l'orologio. I vent'anni del primo cellulare. |
I top del
mese: Un'ora da brivido per Internet Diventeremo una periferica del nostro computer? Il gigante zoppo in cerca di medico Un altro schiaffo alla Rete Si prepara l'Apocalisse informatica? Microsoft inciamperà in Europa? Internet: terreno ideale per coltivare la pace Microsoft si spoglia in Cina |
| E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet |
![]() GUERRA! E' iniziata la guerra in Iraq. Una guerra illegale, una guerra ingiusta, una guerra che il mondo non voleva e non vuole. Una guerra che sostituisce il diritto della forza alla forza del diritto. Quando parlano le armi per uccidere, non c'è più spazio per parlare d'altro. Per questo, in segno di protesta contro la guerra, PuntoNet sospende la pubblicazione del prossimo numero 100 di sabato 22 marzo 2003 Chi decide la guerra "si assume una grave responsabilità davanti a Dio, alla sua coscienza e alla storia". (Papa Giovanni Paolo II) |
| Quando uscirà il prossimo numero 100 di PuntoNet, forse la guerra in Iraq sarà già cominciata. Ci sono tutte le premesse perché la guerra diventi un dramma di dimensioni bibliche. Per nostra precisa scelta, PuntoNet parla di Internet e non di guerre. Ma anche la Rete è coinvolta. Pienamente. Per questo abbiamo già parlato, e temiamo di doverne ancora parlare, degli aspetti della guerra che coinvolgono Internet. Noi speriamo che non scoppi e, se scoppia, speriamo che tutte le drammatiche previsioni, comprese le nostre, si dimostreranno infondate. Per ironia della sorte, il prossimo numero di PuntoNet sarà il numero 100. Sarebbe davvero un brutto scherzo del destino doverlo celebrare con una guerra. Vorremmo farlo in altro modo e speriamo di averne la possibilità. |
| Il weblog va alla guerra Un giornalista americano aggiornerà direttamente dall'Iraq il proprio weblog. Probabilmente sarà la prima corrispondenza di guerra veramente indipendente. Si chiama Christopher Allbritton ed è un ex giornalista di Associated Press e del New York Daily News. Un professionista quindi. Ma ha lasciato gli impegni di lavoro per andare in Iraq se scoppia la guerra. Ha già preparato una maschera antigas e molte fiale di atropina, per proteggersi in caso di attacco chimico. Porterà con sé un notebook e un telefono satellitare e con questi mezzi conta di collegarsi e aggiornare il proprio weblog, "Back to Iraq", direttamente dalle zone di guerra. L'intenzione è di documentare l'eventuale dramma umanitario per farlo conoscere al mondo nella sua reale dimensione. Liberamente, senza censure e senza condizionamenti. In Iraq ci sono molti cyber-caffè e Internet sembra che non sia tanto controllata. Ma in caso di guerra la situazione potrebbe cambiare. Come sottolineava alcuni giorni fa l'autorevole periodico online Salon, il collegamento dell'Iraq ad Internet è assicurato da una società americana e da una inglese. Americani e inglesi, quindi, non dovranno far altro che girare un interruttore per spegnere completamente Internet in Iraq. Per questo Allbritton porterà il telefono satellitare, anche se proprio quest'ultimo è la sua preoccupazione maggiore. Le emissioni radio del satellitare verrebbero immediatamente captate dagli aerei americani e chi lo porta diventa all'istante un "target", per bombe, missili e quant'altro gli americani rovesceranno sull'Iraq (vedi "Il Pentagono prepara La Soluzione Finale per i reporter indipendenti in Iraq" su questo stesso numero). Inoltre, Allbritton andrà nel nord dell'Iraq, la zona più pericolosa dove si prevede che i problemi umanitari diventeranno veri e propri drammi di dimensioni bibliche. Al conflitto generale, infatti, potrebbe aggiungersi quello fra Curdi e Turchi. Non è escluso, infatti, che i Turchi, approfittando della guerra e, con la complicità degli americani, possano invadere il nord dell'Iraq, per impossessarsi dei ricchissimi giacimenti petroliferi situati nel nord del paese e per soffocare nel sangue qualsiasi tentativo dei Curdi di dichiarare un loro stato indipendente. Se arrivano i turchi, Allbritton ha già pronto un piano di fuga. Con 10.000 dollari in tasca. Per mettere insieme questa somma, il giornalista conta sulle donazioni spontanee che si possono fare direttamente nel suo sito. Fino adesso ha raccolto, in pochi giorni, 4000 dollari. I 10.000 dollari possono sembrare una cifra sufficiente, ma non è così. Innanzi tutto le telefonate satellitari costano 1,5 dollari al minuto. Poi, in zona di guerra un giornalista deve pagarsi di tutto: i mezzi per muoversi, gli autisti, i passaggi aerei, i traduttori e, in caso di pericolo, deve essere pronto a pagarsi la fuga. In bocca al lupo, Christopher, terremo tutti d'occhio il tuo weblog. Giuseppe Laurenza |
Tre anni fa la net economy
celebrava i suoi trionfi Il 10 marzo 2000 il NASDAQ raggiungeva quota 5048,62: ma era l'inizio della catastrofe Si celebrano tanti anniversari: uno in più, uno in meno non farà una gran differenza. Chi se lo ricorda più? Proprio in questi giorni di marzo, tre anni fa, la net economy era al culmine. Esattamente il 10 marzo del 2000, quando si inaugurava il decimo anno di crescita consecutiva dell'economia americana, il NASDAQ arrivava al suo più alto valore: 5048,62 punti. Inutile ricordare quanta acqua è passata sotto i ponti da quell'ormai lontanissima primavera del 2000. La bolla speculativa si è sgonfiata, la net economy non esiste quasi più e le trionfalistiche certezze di allora si sono convertite in inquietanti preoccupazioni. Un'indagine della società di ricerche Webmergers può dare misura di cosa sia realmente successo negli ultimi tre anni e può essere la maniera migliore di celebrare quell'anniversario. Da marzo 2000 ad oggi sono almeno 5000 le internet company che hanno chiuso i battenti o sono state vendute. Da allora sono stati spesi 200 miliardi di dollari per acquistare 3.892 proprietà in Internet. Questo dato non comprende i 157 miliardi di dollari della fusione fra AOL e Time Warner, avvenuta nel giugno del 2000. In tre anni almeno 962 internet company, di dimensioni significative, hanno dichiarato fallimento. Nel calcolo non è compresa la miriade di piccole e piccolissime imprese che sono passate come meteore nel firmamento della Rete. Se l'apogeo della net economy è stato il 10 marzo 2000, il fondo dell'abisso è stato toccato nella prima metà del 2001, con la chiusura di 333 internet company di dimensioni significative. Molti analisti concordano nel ritenere che il peggio sia ormai alle spalle. Ma un'inversione di tendenza ancora non si vede. Ricordare questi fatti, che molti hanno rimosso dalla memoria, ci è sembrata la migliore commemorazione di quel lontano 10 marzo 2000. Per ricordare e per non ripetere gli errori. |
| Il Pentagono prepara la
Soluzione Finale per i reporter indipendenti in Iraq Gli aerei americani spareranno a chiunque accenderà, senza autorizzazione, un telefono satellitare in zona di guerra per tentare di inviare una corrispondenza. Se dovesse scoppiare la guerra in Iraq, il Pentagono conta di semplificare al massimo i rapporti con la stampa. A suo modo, ovviamente. Ci saranno molti "ficcanaso" fra i piedi e soprattutto ci saranno i giornalisti indipendenti, quelli "non autorizzati, i free lance e tutti quelli che non si faranno rigidamente inquadrare. Soprattutto questi ultimi saranno un problema, perché potrebbero dire cose che non si vuole che vengano dette. I problemi vanno risolti, ma i militari conoscono un solo modo di risolvere i problemi: sparando. E infatti spareranno a chiunque accenderà in zona di guerra un telefono satellitare o tenterà un collegamento televisivo via satellite. In altre parole: se un giornalista indipendente si azzarda ad accendere un satellitare per inviare un servizio, potrebbe essere immediatamente ucciso dagli aerei americani o inglesi. La sconcertante notizia è stata data da Kate Adie, una nota giornalista inglese, nel corso di un dibattito sulla guerra, mandato in onda dalla televisione irlandese RTE1. La giornalista ha dichiarato che il Pentagono sta avvisando minacciosamente i reporter indipendenti che intendono andare in zona di guerra: tutti i mezzi di comunicazione saranno controllati e gli aerei spareranno appena verrà rilevato qualche dispositivo di comunicazione non identificato o non autorizzato. La stessa giornalista dichiara di essere stata avvertita da un funzionario del Pentagono. Ha domandato al funzionario se il Pentagono si rendeva conto delle possibili tragiche conseguenze di questa condotta. Il funzionario ha risposto: "Who cares...They've been warned", "Chi se ne importa...sono stati avvisati". Ma anche l'opinione pubblica si prepara, non solo il Pentagono. Come minaccia il periodico online inglese The Register: "Devono ficcarsi bene in testa che se solo dovesse succedere anche il minimo danno a Kate Adie, non ci sarà nessuna forza al mondo in grado di salvare Tony Blair dall'opinione pubblica inglese". Il fatto è che il Pentagono sente molto il problema di controllare accuratamente la stampa. Come si ricorderà, nell'altra guerra del Golfo i giornalisti hanno potuto riferire soltanto quello che gli americani volevano che si sapesse. Mai abbiamo saputo quello che realmente accadde e come accadde. Per questa Guerra del Golfo, Parte Seconda, gli americani hanno preparato uno show mediatico all'altezza dei tempi. Hanno già allestito un'avveniristica sala stampa in Qatar e hanno pagato 200.000 dollari ad un regista di Hollywood per organizzare lo show mediatico. Ovviamente per tenere sotto controllo, in una gabbia dorata, i tanti giornalisti di tutto il mondo. Ma questa volta ci sta Internet. E potrebbe essere proprio la Rete a rompere le uova nel paniere. Forse sarà proprio grazie alla Rete, quella libera e indipendente, che questa volta sapremo quello che accadrà e come accadrà. Con buona pace dei tanti giornalisti rinchiusi a godersi lo spettacolo nella loro sala mediatica ultra-avveniristica del Qatar. Carmen Castillo |
| Parigi brucia? Approfittando dell'ossessione anti-francese che dilaga negli USA, uno studente canadese ha messo in piedi uno scherzo spettacolare che inganna lo stesso Google. Il suo sito ha avuto un immediato successo Per gli americani la Francia è sempre stato quello strano paese europeo, pieno di uomini con baffetti sottili, dal quale arrivano bei vestiti e succulenti piatti. Ma i venti di guerra hanno notoriamente spazzato via l'idillio (se mai c'è stato davvero) fra le due sponde dell'Atlantico. Adesso negli USA tutto quello che è Francia o francese viene visto come il più irritante fumo negli occhi. Con un'ossessione che a volte sfiora il ridicolo, come nel caso delle patatine fritte, che gli americani chiamavano "french fries" (fritto francese) e che adesso hanno deciso di chiamare con il ben più patriottico nome di "freedom fries" (fritto libertà). Di questa diffusa ossessione anti-francese ha approfittato Steve Lerner, uno studente canadese per mettere in piedi una graziosissima burla. Ipotesi: i francesi (ma come si permettono?) non vogliono fare la guerra! Quindi sono "coward" (codardi), smidollati, molto poco virili! Tesi: proprio perché sono così non hanno mai vinto una guerra! Dimostrazione: Google! Google? Sì, la dimostrazione che i francesi non hanno mai riportato una vittoria militare sta esattamente nel più autorevole e consultato oracolo della Rete. Provare per credere: andate nella pagina di Google, scrivete esattamente la seguente frase "french military victories" (cioè volete sapere quali sono state le vittorie militari francesi), premete il pulsante "I'm Feeling Lucky" e... ...e vi appare la meravigliata scritta "intendevi le SCONFITTE francesi?". Già, perché più sotto la pagina spiega che di pagine su presunte vittorie militari francesi proprio non ce ne sta nemmeno una! Una clamorosa svista patriottica di Google? No, uno scherzo ben fatto di Steve Lerner. Quella che sembra una pagina di risposta di Google in realtà non lo è: basta guardare l'indirizzo. Vale la pena di ricordare che premendo il tasto I'm feeling lucky, si va direttamente alla prima pagina che corrisponde alla richiesta. Steve Lerner ha scritto quella pagina in maniera che corrispondesse alla richiesta è l'ha fatta in maniera tale che sembrasse davvero una risposta di Google. Uno scherzo gustoso che, come spesso succede nella Rete, ha avuto un immediato strepitoso successo: 50.000 accessi nelle prime 18 ore e il server che si blocca per eccesso di richieste. Evidentemente un sano sorriso è benvenuto in questi giorni d'angoscia. Luciano Sposari |
| Lo sceriffo pazzo è
offline Un finale largamente atteso: hanno spento le telecamere del carcere medioevale di uno sceriffo dell'Arizona La persona che risponde al nome Joe Arpaio e che dirige il carcere di Maricopa, in Arizona, non potrà più esibire sul Web la vita privata dei detenuti che ospita (con e senza condanna definitiva). Le "jail cam" (versione carceraria della web cam) istallate nel carcere sono state spente per ordine di un giudice. Ci sono voluti 16 mesi affinché il giudice Earl Carroll potesse giungere a questa sacrosanta decisione. Prima ancora che cominciasse il giudizio, PuntoNet aveva pubblicato l'articolo "Sbatti il mostro in prima pagina", dove si faceva riferimento alle immagini online delle telecamere piazzate nel carcere di Joe Arpaio, sceriffo di Maricopa, con le liste dei detenuti che includevano foto, indirizzi e 24 ore al giorno di dubbio divertimento, per chiunque volesse vedere immagini di violenza e sesso all'interno di un carcere. Una vera gogna in versione digitale. Un curioso errore: UsaToday dice che le telecamere furono accese a luglio del 2000. PuntoNet le ha viste prima: l'articolo in cui ne parla è stato pubblicato a gennaio dello stesso anno. Ma ci sono altri aspetti strani nella vicenda. Stranamente, questo stesso sceriffo ha avuto una grande popolarità in Internet come feroce nemico della pornografia: per averne conferma basta scrivere "Arpaio" nel motore di ricerca Google. Si sa che nel suo interminabile regno carcerario, ha accumulato "meriti" poco invidiabili. Come, per esempio, risparmiare sul cibo dei detenuti dandogli da mangiare "green bologna" (mortadella verde perché andata a male). Oppure costringendo i detenuti ad usare divise ridicole mentre esibiva online la loro vita privata, comprese eventuali immagini di sesso e violenza, che per anni sono state in bella mostra nel sito Crime.com. Con protagonisti involontari, non pagati, indifesi e spesso anche presunti innocenti. L'ordine del giudice arriva un poco tardi: ad aprile dell'anno scorso, le telecamere del carcere furono spente quando ha chiuso il server che ospitava il sito Crime.com. Il portavoce di Arpaio, che sembra vivere sulla Luna, chiederà alla giustizia di riconsiderare la decisione, nel caso che lo sceriffo trovi un'altra impresa di hosting che sia disposta ad ospitare le immagini delle jail cam. |
A volte ritornano Si sta diffondendo una nuova variante del famigerato worm Code Red, che nel 2001 devastò migliaia di server Microsoft IIS. Il livello di allarme viene definito basso o medio, ma il solo nome e il ricordo dei danni fatti da Code Red nel 2001 è sufficiente a destare la preoccupazione di tutti gli addetti alla sicurezza. La nuova versione viene denominata "Code Red.F" ed è molto simile ad un'altra variante, chiamata Code Red II: differisce da quest'ultima per due soli byte. Code Red II era programmato per fermarsi alla fine del 2002, mentre la nuova variante Code Red.F è programmato per diffondersi indefinitamente. Come tutti i worm della prolifica famiglia Code Red, anche l'ultimo arrivato utilizza un "buffer overflow" nei server Microsoft IIS ai quali non siano state applicate le necessarie patch. Anche se ci sono notizie di alcuni danni causati da Code Red F, gli analisti ritengono che questa nuova variante non dovrebbe fare molti danni. Sono passati più di diciotto mesi dalla diffusione del primo Code Red, e le brutte esperienze del passato hanno indotto molti amministratori di sistema a prendere le dovute precauzioni. Oggi, i server vulnerabili sono molti di meno di quelli di un anno e mezzo fa. In ogni caso, chiunque abbia la responsabilità della sicurezza di un server, è fortemente consigliato di applicare la patch cumulativa rilasciata da Microsoft. Per tutte le informazioni sul nuovo Code Red F, si possono consultare i siti dei fornitori di anti-virus, fra i quali McAfee, Symantec o Trend Micro. |
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| Windows ha un nuovo nemico
invisibile Cominciano a diffondersi i root kit, una nuova generazione di backdoor che non possono essere intercettati con i tradizionali anti-virus Ha molti soprannomi: "Slanret", "IERK" o "BackdoorALI", ma per gli esperti è un rarissimo esempio di "root kit" per Windows, un tipo di programmi maliziosi che sono in grado di penetrare nel cuore stesso del sistema operativo, dove non possono essere scoperti con metodi convenzionali. Un vero incubo per gli addetti alla sicurezza, un raro nemico invisibile che comincia a destare notevoli preoccupazioni. Noti anche come "kernel mode trojans", i root kit sono di gran lunga più sofisticati dei normali backdoor che sono in giro. Questi ultimi, come ad esempio BO2K o SubSeven, operano in "modalità utente", il che significa che operano come un normale programma. Per questo motivo possono essere facilmente individuati da altri normali programmi, cioè gli antivirus. Al contrario, i root kit agiscono ad un livello più interno, ed esattamente al livello delle API (Application Program Interface), dove non possono essere individuati da nessuna applicazione normale e quindi da nessun antivirus convenzionale. Le API sono un insieme di funzioni che i normali programmi utilizzano per effettuare varie operazioni di base. Potrebbero essere definite come una specie d'intermediario fra i programmi e il cuore del sistema operativo. I root kit, quindi, nascondendosi fra le API sono in grado di intercettare le "conversazioni" (system calls) fra i programmi e il nucleo del sistema operativo. Con le conseguenze che facilmente si possono immaginare. Facciamo un semplice esempio: un programma chiede alle API il contenuto di una directory, dove sta il root kit. Quest'ultimo intercetta la chiamata e fa in modo che il proprio nome non venga visualizzato nella directory. Risultato: impossibile vedere il root kit. I normali programmi anti-virus utilizzano anche loro le API e quindi risultano totalmente inefficaci, per il semplice fatto che non riuscirebbero ad individuare l'intruso. Slanret arriva come componente di Krei, un programma che funziona come server backdoor e che viene, quindi, utilizzato da un hacker per prendere possesso del computer infettato. Slanret si camuffa da device driver, i programmi speciali che servono per gestire le varie periferiche. Una volta che si è istallato in un computer, Slanret diventa invisibile e non può più essere rilevato con i normali metodi. Ma fortunatamente anche Slanret ha il suo tallone d'Achille: il fatto che si camuffa da device driver. Infatti, lanciando il computer in modalità provvisoria, non vengono caricati i driver di Windows e Slanret non si attiva. Questo significa che diventa visibile. In particolare diventa visibile il device driver che si chiama "ierk8243.sys". Oltre a Slanret, esistono altri root kit per Windows: null.sys, HEA4Hook, Hacker Defender. Molti esperti di sicurezza temono che nei prossimi anni queste tecniche si diffonderanno e diventeranno sempre più sofisticate, tanto da rendere vecchi, ridicoli e obsoleti i vecchi backdoor. Un vero incubo per la sicurezza ed è quindi necessario cominciare a prendere le dovute precauzioni. Giuseppe Laurenza |
| Quando la Rete e la realtà
condividono l'orologio Al di là del significato politico, le recenti manifestazioni planetarie per la pace sono anche un primo esempio di fusione fra virtuale e reale Chi se lo ricorda più che Internet, quando non era ancora la Rete delle reti, era una struttura con scopi militari? A dispetto delle sue origini, è diventata il terreno privilegiato dove viene coltivata la pace, dove i gruppi pacifisti riescono a trovare il collante organizzativo che non potrebbero mai avere nel reale. Decine di gruppi, spesso piccoli e piccolissimi, sparsi in tutti gli angoli del pianeta, con diverse convinzioni politiche o religiose, ma accomunati dalla voglia di pace, hanno fatto affidamento in gran parte sulle risorse di Internet per diventare un movimento globale. E Internet ha mantenuto le promesse: proprio queste decine di piccolissimi gruppi, il 15 febbraio scorso, hanno saputo produrre la prima, immensa manifestazione planetaria. Per un giorno, sulla manifestazione planetaria non è mai tramontato il sole, non è mai stato notte, non è mai andata a dormire. Esattamente come succede in Internet, dove notte e giorno sono un concetto assai obsoleto. Per un giorno, il reale ha preso i ritmi della Rete, ne ha assunto la nozione di tempo, ha copiato il suo orologio, che non conosce distinzione fra giorno e notte. Non è affatto un caso che la prima manifestazione planetaria sia avvenuta proprio nell'era di Internet. La Rete ha esportato i suoi paradigmi nel reale, forzandolo a dimenticare i meridiani, l'ora e la geografia. Solo per un giorno: ma è stata una novità, la cui portata è ancora tutta da scoprire e valutare. Per un giorno Internet e il mondo reale hanno condiviso l'orologio, sono stati in sincronia, confondendo i bit delle e-mail e dei siti, con la fisicità degli slogan e delle marce. Da tempo, molti accusano la Rete di essere un mondo a parte, anodino, sospeso fra reale e virtuale, ignaro della realtà. Non sono accuse completamente prive di fondamento, ma è probabile che derivino dal fatto che ancora non abbiamo sperimentato tutto l'impatto che la Rete può avere sul mondo reale. Pensavamo di aver capito tutto, o quasi, di Internet, ma forse ci aspettano ancora molte sorprese. La prima sorpresa è già arrivata il 15 febbraio scorso ed è stata stupefacente. Prepariamoci, quindi, alle prossime. Carmen Castillo |
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