| n° 85 sabato 14 settembre 2002 | numero arretrato |
| In questo
numero: Scherzo cinese? Napster diventerà un sito porno? Client di tutto il mondo, unitevi! SP1 per Windows XP: uscito e già craccato Avremo un Prozac XP? |
Nel numero precedente: Internet in libertà vigilata. Fate giocare la Grecia! Tramonta nei campus americani il mito dell'hi-tech? Ai ferri corti la RIAA e Verizon. Fra i due litiganti si inserisce un terzo incomodo. Arriva Yoohoo. Prima vittoria giudiziaria contro la legge che proibisce i videogiochi in Grecia. |
I top del
mese: Larte perversa del piagnisteo, di G. Livraghi Il gioco online: un altro miraggio della Rete? Videogiochi killer? Hacker innammorati McAfee proteggerà lo scambio online Eroe in USA e hacker in Russia La fine di Napster Dovremo pagare per le immagini JPEG? |
| E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet |
| Scherzo cinese? Termina misteriosamente come era cominciato il blocco di Google in Cina Alcuni utenti Internet di Shangai e di Pechino riferiscono che, dopo qualche settimana, è terminato improvvisamente il blocco di Google. I trenta milioni di utenti cinesi possono di nuovo accedere al noto motore di ricerca, che si dimostra molto efficiente nella ricerca di materiale online in lingua cinese. All'inizio di settembre, improvvisamente, erano arrivate segnalazioni sul blocco di Google in Cina. Gli utenti non riuscivano a collegarsi e venivano dirottati automaticamente ad altri siti cinesi di ricerca. I gestori di questi ultimi dichiaravano di essere assolutamente estranei alla cosa e loro stessi non riuscivano a spiegarla. Alcuni hanno subito pensato all'ennesimo tentativo delle autorità cinesi di impedire l'accesso a siti considerati inopportuni. Qualche giorno fa, anche Altavista risultava inaccessibile dalla Cina e, a differenza di Google, rimane tuttora bloccato. A parte qualche insignificante commento di addetti d'ambasciata, non esiste alcuna presa di posizione ufficiale delle autorità di Pechino e tutte le illazioni sono possibili. Perché è stato bloccato Google? E perché è stato liberato dopo pochi giorni? Perché Altavista è ancora bloccato? E perché a Yahoo non è toccata la stessa sorte? Tutta una serie di interrogativi che rendono ancora più misteriosa tutta la faccenda. Qualcuno avanza l'ipotesi che tutto questo sia una specie di prova generale in vista di un ben più consistente filtro di Internet. Sottolineano, infatti, che un blocco di queste dimensioni la dice lunga sulle altissime capacità tecniche di controllo raggiunte in Cina. Altri sostengono che Google sia stato liberato per il gran rumore che tutta la faccenda ha fatto nella stampa mondiale. Altri ancora sostengono che tutto questo sia l'inizio della realizzazione di quella che le autorità cinesi chiamano Great Firewall, una grande barriera che impedisca l'accesso dei cinesi ai siti ritenuti scomodi. Visto che tutti si sentono autorizzati a formulare ipotesi, ne avanziamo una anche noi: e se fosse soltanto un classico scherzo cinese? Sarebbe bello e anche divertente, ma temiamo che non sia proprio così: con Internet c'è poco da scherzare e le autorità cinesi lo sanno benissimo. |
Napster diventerà un sito
porno? Private Media, un sito per adulti di Barcellona, ha presentato un'offerta d'acquisto di 2,4 milioni di dollari Dalla musica alle immagini porno? Diventa concreta l'ipotesi che Napster si trasformi in un sito per lo scambio di contenuti per adulti. Private Media, un'azienda spagnola di Barcellona che si dedica all'intrattenimento per adulti, ha, infatti, annunciato di aver presentato un'offerta per acquistare il marchio Napster e il sito Napster.com. In cambio Private Media offre un milione delle proprie azioni, per un valore complessivo che dovrebbe aggirarsi sui 2,4 milioni di dollari. Come avevamo segnalato in un nostro precedente articolo, una corte americana ha recentemente respinto l'offerta d'acquisto di Bertelsmann, aprendo così la strada ad una definitiva liquidazione di Napster, in base all'articolo 7 delle norme americane sui fallimenti. Nella sede di quello che fu uno dei siti più importanti della storia di Internet, non rimane ormai che qualche funzionario e qualche impiegato e nessuno di loro ha rilasciato commenti. Charles Prast, CEO di Private Media, ha sottolineato che ormai il 35% dei file che circolano nelle reti di scambio peer-to-peer hanno un contenuto per adulti e che anche l'industria dell'intrattenimento, al pari di quella della musica, è preoccupata per le sistematiche violazioni del copyright. L'acquisto di Napster, ha proseguito Charles Prast, è un maniera attraverso la quale l'industria dell'intrattenimento cerca di entrare nel mercato dello scambio peer-to-peer. Napster, nelle intenzioni di Private Media, verrebbe utilizzato per offrire a milioni di clienti in tutto il mondo, la possibilità di scambiare gratuitamente contenuti per adulti. Ovviamente verrebbe anche usato per proporre contenuti di qualità a pagamento. L'offerta di Private Media deve passare al vaglio del giudice fallimentare del Delaware, che dovrà approvarla o respingerla. Sembra tuttavia difficile che venga approvata un'offerta di 2,4 milioni di dollari, dopo che è stata respinta una di circa 9 milioni di dollari. Luciano Sposari |
Client
di tutto il mondo, unitevi! |
| SP1 per Windows XP: uscito
e già craccato In Rete le istruzioni per aggirare la protezione del sospirato Service Pack 1 per Windows XP Era atteso da tempo il sospirato Service Pack 1 per Windows XP, ma molti avevano già avuto la possibilità di avere per le mani la versione beta. Alcuni già si stavano chiedendo come fare per aggirare la protezione del Service Pack 1, che notoriamente non consente l'istallazione su una versione illegale di Windows XP, non regolarmente acquistata e registrata. Il 9 settembre scorso finalmente è arrivato il Pacco, ma tutti quelli che hanno tentato di istallarlo su una versione non registrata, a metà istallazione, si sono ritrovati di fronte all'inesorabile avviso "The Product Key used to istall Windows is invalid" e più avanti lo stesso avviso invita l'utente a contattare il Team Anti-Pirateria di Microsoft. Questa è un'ottima soluzione per gli utenti innocenti. Per quelli che tanto innocenti non sono, ci sta un'altra soluzione pronta in Rete. Un tale Cameron Wilmot, nel sito Tweak Town, offre precise e dettagliate istruzioni per aggirare alla grande l'ostacolo del Product Key e istallare ugualmente il Service Pack 1, senza troppi problemi. Chiunque fosse interessato a sapere come vanno le cose, dovrà affrettarsi. E' presumibile che fra poco Microsoft sguinzaglierà i propri avvocati e non è prevedibile che quelle istruzioni restino lì per sempre. Carmen Castillo |
Avremo un Prozac XP? Bill Gates diventa proprietario del Prozac e del Viagra. Un'ottima occasione per facili ironie in Rete? La notizia, passata abbastanza inosservata, è di quelle che, da un lato si prestano a facili e maliziosi commenti, ma dall'altro un po' preoccupano, quando si comincia a pensare alle possibili conseguenze. Ma andiamo con ordine. I notiziari finanziari specializzati hanno diffuso la notizia che Bill Gates ha venduto circa 9 milioni dei circa 660 milioni di azioni Microsoft che possiede. Una goccia, ovviamente, ma il bello viene adesso. Come ha investito i soldi ricavati dalla vendita? Ha comprato azioni delle più note case farmaceutiche: 2.589.000 azioni di Eli Lilly, nota produttrice dell'antidepressivo Prozac, 1.202.000 azioni di Pfizer, nota produttrice del Viagra, e per finire 1.339.000 azioni dell'altra farmaceutica Merck. Tutti sanno che, negli ultimi tempi, le sole aziende che non hanno conosciuto crisi sono proprio le farmaceutiche e Bill Gates non poteva davvero fare una scelta migliore, anche se, in apparenza, la commistione fra software e pillole sembra un po' desueta. Ma vediamo la cosa da un altro punto di vista. Il brevetto del Prozac è scaduto, ma Eli Lilly, come spesso fanno le farmaceutiche, ha preso il principio attivo, ci ha messo dentro un po' di prezzemolo e basilico e lo ha presentato (e brevettato) come medicamento "nuovo". Ovviamente a prezzo maggiorato e ovviamente giustificando il prezzo con le spese per la "ricerca". Vedendo le cose da questo punto di vista, Bill Gates dovrebbe trovarsi perfettamente a suo agio nella pratica di aggiungere un po' di prezzemolo a cose vecchie per presentarle come nuove e farsele pagare a caro prezzo. Prendi il vecchio kernel di Windows NT, ci metti un po' di cieli azzurri degni di un'estetica da asilo infantile, ci aggiungi qualche player multimediale e qualche ritocco qua e là e sai cosa viene fuori? Windows XP. Siamo i primi ad ammettere di essere troppo cattivi e ingenerosi, quando in realtà dovremmo essere grati a zio Bill. Dopo averci causato, per anni, la più profonda depressione con i blocchi di Windows, gli schermi blu e "le operazioni incorrette", adesso si prende cura di noi e si preoccupa di procurarci un bel Prozac, magari targato XP. Speriamo solo che non ci faccia venire la faccia blu! Ma non è tutto. In Rete circolava una feroce barzelletta. Secondo i maligni (sicuramente adepti di Linux) la moglie di Bill Gates, dopo la prima notte di nozze, ha esclamato: "Adesso capisco perché si chiama Micro-Soft!". Ora che zio Bill è diventato proprietario del Viagra, finalmente i soliti maligni seguaci di Linux dovranno ricredersi su tutta la linea. |
| Numero precedente: sabato 7 settembre 2002 |
ULTIM'ORA:
10 settembre 2002 ore 19 GMT |
| Internet in libertà
vigilata Duro rapporto di Reporter Senza Frontiere: la crociata antiterrorista ha amputato una gran parte delle libertà elettroniche fondamentali. Internet entra nella lista dei "danni collaterali" della lotta al terrorismo. Le bombe intelligenti a volte non sono tanto intelligenti e uccidono donne e bambini invece che terroristi. Sono questi gli episodi che vengono sbrigativamente liquidati come "danni collaterali". Fra i danni collaterali adesso dobbiamo includere anche Internet. Senza avere alcuna colpa, la Rete ha dovuto subire duramente i colpi della crociata antiterroristica. Non con le bombe, ma con provvedimenti liberticidi che hanno notevolmente abbassato il livello generale delle libertà elettroniche di base. Questa è la sostanza del duro rapporto di Reporter Senza Frontiere (RSF), l'associazione internazionale che tiene sotto controllo la libertà di stampa nel mondo. "Nel momento in cui si compie un anno dai tragici eventi di New York e Washington, il bilancio è scoraggiante: la crociata antiterrorista, e la deriva che ha provocato, tendono a mettere Internet sotto la tutela dei servizi di sicurezza", dice Robert Ménard, segretario generale di RSF. "La Rete potrebbe far parte della lista dei "danni collaterali" della deriva generalizzata di sicurezza. Le libertà digitali fondamentali sono state, innegabilmente, amputate". I paesi che tradizionalmente vengono denunciati per non rispettare la libertà d'espressione (Cina, Vietnam, Arabia Saudita, Tunisia, etc.) hanno ovviamente approfittato della situazione per rafforzare la repressione e il controllo su Internet. Ma la cosa che maggiormente preoccupa è che le nuove minacce per la libertà della Rete vengono adesso dalle democrazie occidentali. Molti paesi hanno approvato leggi che mettono Internet sotto la tutela dei servizi di sicurezza ed hanno organizzato la raccolta generalizzata di informazioni relative alle e-mail e alle attività svolte in Rete. I provider spesso vengono costretti a collaborare e diventare veri e propri ausiliari della polizia. I servizi di sicurezza hanno la possibilità di accedere, con sconcertante facilità, a tutta una massa di informazioni private. Tutto questo equivale a sospettare, a priori, di tutti i cittadini. Il rapporto cita, in particolare, la Risoluzione 1337 votata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 28 settembre 2001, il Patriot Act approvato negli USA, i decreti presidenziali di Gorge Bush e la revisione della direttiva europea sulla protezione dei dati di telecomunicazione votata il 30 maggio 2002. Oltre a questi esempi, il Rapporto cita in maniera dettagliata e puntuale le leggi approvate negli USA, in Canada, in Danimarca, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in India, in Spagna e in Italia. Un panorama completo e scoraggiante di norme, decreti, leggi e provvedimenti che stanno mettendo Internet in una sorta di libertà vigilata. Era facilmente prevedibile che dopo gli eventi dell'11 settembre sarebbe accaduto qualcosa di questo tipo. Il problema adesso è vigilare che gli abusi e i pretesti finiscano e Internet venga restituita alla sua libertà. Giuseppe Laurenza |
Fate giocare la Grecia! Dilaga la protesta contro la legge 3037 che ha messo al bando in Grecia tutti i videogiochi La culla della civiltà occidentale, la patria di Platone e Aristotele, questo schiaffo proprio non se lo meritava. La Grecia, dove sono nati i Giochi Olimpici, per uno strano scherzo del destino e per l'ottusità di alcuni politici, diventa la prima nazione al mondo dove sono messi al bando i giochi elettronici. Tutti, nessuno escluso: da quelli per PC, a quelli portatili tipo Game Boy, fino a quelli innocentissimi per cellulare. All'inizio la notizia sembra quasi uno scherzo, una delle tante bufale che girano in Rete. Invece è tutto vero: il Parlamento greco, a fine luglio, ha effettivamente approvato e resa esecutiva la legge 3037 che proibisce qualsiasi forma di videogioco in pubblico. Chi viene sorpreso a giocare, anche se sul proprio cellulare, rischia pesantissime sanzioni: da 5.000 a 75.000 euro di multa e fino a 12 mesi di carcere nei casi più gravi. I cybercaffè potranno continuare a svolgere la propria attività, ma saranno vietate tutte le forme di videogioco, online o no. Se un utente viene sorpreso a giocare in un cybercaffè, il proprietario sarà multato e il locale verrà chiuso. Come avevamo anticipato in un nostro articolo di qualche mese fa, il gambling in Grecia è una vera e propria piaga, tanto che perfino alcuni politici di primo piano erano rimasti coinvolti in storie poco pulite di gioco d'azzardo. Era necessario, quindi, fare qualcosa per frenare la diffusione del gambling e soprattutto di quello clandestino, che è molto diffuso in Grecia. Le motivazioni che stanno all'origine del provvedimento attuale sono quindi serie, ma la legge è quanto di meno serio e quanto di più assurdo si possa immaginare. E' qualcosa che assomiglia tanto a voler ammazzare una zanzara sparandole un colpo di cannone. Una legge che finisce per recare più danni di quelli che voleva evitare. E per giunta, come a volte accade quando i politici vogliono fornire una prova lampante della loro ottusità, hanno scelto il momento meno opportuno per approvare il provvedimento: in estate la Grecia è affollata di turisti ignari con i loro cellulari pieni di videogiochi. Rischiano tutti una multa se verranno sorpresi a giocare in pubblico e che non sperino di giustificarsi dicendo che non sapevano: la legge è uguale per tutti! E Windows? Ci sta il Campo Minato e il Solitario. Verrà proibito anche Windows? Scherzi a parte, la notizia è stata accolta con un misto di incredulità, rabbia e scetticismo. Ma già la protesta dilaga in Rete e nei tanti forum si discute animatamente su come organizzare la risposta a quest'assurdo provvedimento. Il sito Gameland offre una completa informazione sulla legge e sulle iniziative per combatterla. E' partita anche una petizione online che ha già raccolto migliaia di adesioni in tutto il mondo. Si annuncia quindi un duro scontro, anche perché la prossima settimana è previsto il primo processo. Quale sarà il futuro di questa legge? A parte la legittima protesta degli utenti, è difficile che resisterà alle forti pressioni di produttori di giochi, di venditori, di cybercaffè e di tutti quelli coinvolti nel grande business del gaming. Probabilmente ci sarà qualche auspicabile forma di ripensamento e finalmente, come è giusto che sia, la Grecia potrà giocare in pace. |
| Tramonta nei campus
americani il mito dell'hi-tech? Negli stessi luoghi dove è nata la rivoluzione informatica Le crisi hanno sempre più di un aspetto che vale la pena di considerare e anche quella che stiamo attualmente vivendo non fa eccezione. La fine del mito della "crescita continua" degli anni '90, il crollo delle dotcom, le delusioni del commercio elettronico, le difficoltà in cui si dibatte l'informatica, i mostruosi debiti delle telecom, i bilanci truccati delle grandi corporation americane, sono altrettanti aspetti che forniscono, ciascuno, un punto di vista sulla crisi dalla quale non sappiamo uscire. Ma c'è un aspetto interessante al quale ancora non si era prestata la dovuta attenzione: il calo degli iscritti nei campus americani alle più tipiche facoltà del settore dell'alta tecnologia. In un interessante articolo del Washington Post viene messo in luce proprio questo aspetto e viene sottolineato il mutato atteggiamento dei giovani verso il mito e il sogno dell'informatica e della tecnologia. Gli iscritti alle facoltà d'informatica sono ancora molti negli USA, ma nel 2001 sono calati e la tendenza si accentua decisamente nel 2002. Se si pensa che questo sia un aspetto marginale o solo locale o un problema senza importanti riflessi generali, si sbaglia di grosso. Basta ricordare che è proprio nei campus americani che è nata la rivoluzione dell'informatica. E' nel clima culturale, nell'atteggiamento psicologico, nei miti, nei sogni, nel background tecnologico e nell'atteggiamento degli studenti universitari americani degli anni '70 che sono nati il Personal Computer, i vari Bill Gates, Steve Jobs, la Microsoft, la Apple, Windows, il DOS e quasi tutto quello che oggi chiamiamo "informatica". La figura del "nerd" è nata lì, come pure il mito di chi costruisce il futuro tecnologico nel garage di casa. Leggendo l'articolo sembra proprio che quel clima non ci sia più e che l'informatica non eserciti più sui giovani il fascino degli anni passati. Le motivazioni segnalate sono molte. Alcune apparentemente futili: "Con il computer non si rimorchiano più le ragazze", dice John Yandziak, in procinto di fare la scelta della facoltà. Altre guardano al futuro: "I giovani non vogliono passare quattro anni a studiare una cosa che non darà lavoro", dice Lloyd Griffith, rettore della scuola universitaria George Mason. Altri ancora percepiscono l'informatica come una disciplina che isola, che trasforma tutti in "nerd", chiusi per ore nel buio di una stanza. Certamente, più che motivazioni, sono in gran parte stereotipi, ma molto significativi del profondo mutamento di come i giovani dei campus americani percepiscono l'informatica e la tecnologia. E Internet? Dopo le delusioni della new economy, anche Internet finisce per essere percepita solo come un'ondata sullo scoglio delle occasioni passate: "prima pensavamo ad Internet come ad una cosa con infinite possibilità. Ma sostanzialmente era solo un'opportunità che si era presentata", conclude lo studente John Yandziak, pensando al proprio futuro che non sarà da nerd, in una stanza buia, per ore davanti ad un computer. Carmen Castillo |
| Ai ferri corti la RIAA e
Verizon L'associazione delle maggiori discografiche vuole il nome di un utente che scambia file, ma Verizon si rifiuta di darlo in nome del diritto alla privacy. Gli avvocati della RIAA, l'associazione delle maggiori discografiche, non temono certo di rimanere senza lavoro. Una denuncia qui, un processo lì, un appello da un'altra parte, diffide contro tutto e contro tutti: si fa davvero fatica a seguire la frenetica attività giudiziaria dei signori della musica. D'altronde i motivi non mancano: lo scambio online di file sta godendo un periodo d'oro, mentre i siti a pagamento messi in piedi dalle major hanno meno clienti di quanti tifosi possano entrare in uno stadio di calcio, cioè non hanno clienti. Per acquistare un po' di credibilità, sfornano un presunto "studio" che afferma perentoriamente che le vendite di CD calano paurosamente perché gli utenti scaricano la musica gratis in Rete, mentre le ricerche indipendenti dicono che non è vero. Nemmeno li sfiora il dubbio che i CD costano troppo e che nei siti di musica a pagamento, che hanno messo in piedi, non è consentito tutto ciò che non è vietato. Adesso la RIAA se la prende con Verizon, uno dei maggiori gestori telefonici americani, che fornisce anche accesso veloce ad Internet. La RIAA ha inviato una citazione a Verizon, intimandole di fornire il nome di un utente accusato di avere file protetti da diritto d'autore. Verizon ha ovviamente rifiutato e la RIIA, per tutta risposta, ha presentato una denuncia presso la Corte Distrettuale di Washington. Verizon, appoggiata da gruppi per la difesa dei diritti civili, ribadisce che non è assolutamente a favore della pirateria, ma che per nessun motivo può violare la privacy dei propri utenti fornendo nomi e cognomi. Se la RIAA ha tanta voglia di fare causa, apra un procedimento contro ignoti. La RIAA invoca il Digital Millennium Copyright Act, un complesso di norme per la protezione del diritto d'autore, approvato nel 1998 e al centro di furiose polemiche per forti sospetti d'incostituzionalità. Ma Verizon ribatte che proprio in base al DMCA non è responsabile delle azioni dei propri utenti. In definitiva si profila probabilmente un'altra battaglia legale in cui si scontrano due visioni che sembrano finora inconciliabili: una che vede come prevalente la difesa del diritto d'autore e l'altra che privilegia la difesa dei diritti civili. Quasi certamente queste due visioni potrebbero tranquillamente convivere, ma per ora sembra che gli sceriffi del copyright preferiscano la guerra senza quartiere. Col risultato che lo scambio online di file conta milioni di utenti: evviva la RIAA e i suoi instancabili avvocati! |
Fra i due litiganti si
inserisce un terzo incomodo Sony e Philips hanno annunciato un proprio standard per le comunicazioni wireless. Dovrebbe entrare in competizione con Bluetooth e Wi-Fi Sony e Philips hanno annunciato l'intenzione di sviluppare uno nuovo standard aperto per i collegamenti radio wireless a corto raggio. Si chiamerà Near Field Communication e dovrebbe servire per collegare fra loro televisioni, cellulari, elettrodomestici e, se dovesse avere successo, anche PC, laptop, PDA e periferiche varie. La velocità di trasferimento dovrebbe essere di 212 Kbps. Come si può facilmente vedere, si tratta di uno standard che entrerà in diretta competizione con Bluetooth e con IEEE 802.11b, le altre due tecnologie per i collegamenti wireless. Molti si chiedono se davvero c'era bisogno di un terzo standard, quando gli altri due già esistenti stentano ad imporsi. La velocità di trasferimento non è esaltante, se paragonata a quella di Bluetooth (720 Kbps fino a 10 metri) e Wi-Fi (11 Mbps fino a 100 metri). Il punto di forza del nuovo standard, almeno a sentire le due aziende che lo propongono, dovrebbe essere il prezzo. Il chip in tecnologia NFC dovrebbe costare non più di 20 centesimi di dollari, contro i 4 o 5 dollari di un chip Bluetooth. Nonostante queste promesse, molti analisti pensano che i produttori abbiano fatto ormai troppi investimenti su Bluetooth o Wi-Fi per tornare indietro e adottare un altro standard. Ad ogni modo i giochi sono ancora aperti nel settore dei collegamenti wireless e quella che era una corsa a due, diventa adesso una corsa a tre per la conquista dei mercati. Luciano Sposari |