n° 84 sabato 7 settembre 2002 numero arretrato
Su questo numero:
Internet in libertà vigilata
Fate giocare la Grecia!
Tramonta nei campus americani il mito dell'hi-tech?
Ai ferri corti la RIAA e Verizon
Fra i due litiganti si inserisce un terzo incomodo
Arriva Yoohoo

ULTIM'ORA: Prima vittoria giudiziaria contro la legge che proibisce i videogiochi in Grecia (10-9-02 ore 19 GMT)
I top del mese:
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Il gioco online: un altro miraggio della Rete?
Videogiochi killer?
Hacker innammorati
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Eroe in USA e hacker in Russia
La fine di Napster
Dovremo pagare per le immagini JPEG?

E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet

ULTIM'ORA: 10 settembre 2002 ore 19 GMT

Prima vittoria giudiziaria contro la legge che proibisce i videogiochi in Grecia
Il tribunale greco di Tessalonica ha respinto l'accusa contro i due proprietari e un impiegato di un cybercaffè. I tre erano stati accusati di aver infranto la legge 3037, che mette al bando i videogiochi in Grecia. Le tre persone erano state denunciate dalla polizia greca perché alcuni clienti del cybercaffè erano stati sorpresi a giocare gli scacchi online e il noto videogioco Counter-Strike. Solo per questo, i tre rischiavano fino a 12 mesi di carcere e 5000 euro di multa. Questo era il primo processo per violazione della legge 3037 ed aveva assunto un particolare valore simbolico. Più di trecento persone si erano radunate all'esterno del tribunale gridando "No alla censura di Internet!". La notizia della vittoria giudiziaria è stata accolta con entusiasmo fra tutti coloro che combattono questa legge, ma la sentenza apre un grave contrasto fra la giustizia e il governo greco.

Internet in libertà vigilata
Duro rapporto di Reporter Senza Frontiere: la crociata antiterrorista ha amputato una gran parte delle libertà elettroniche fondamentali. Internet entra nella lista dei "danni collaterali" della lotta al terrorismo.

Le bombe intelligenti a volte non sono tanto intelligenti e uccidono donne e bambini invece che terroristi. Sono questi gli episodi che vengono sbrigativamente liquidati come "danni collaterali". Fra i danni collaterali adesso dobbiamo includere anche Internet. Senza avere alcuna colpa, la Rete ha dovuto subire duramente i colpi della crociata antiterroristica. Non con le bombe, ma con provvedimenti liberticidi che hanno notevolmente abbassato il livello generale delle libertà elettroniche di base. Questa è la sostanza del
duro rapporto di Reporter Senza Frontiere (RSF), l'associazione internazionale che tiene sotto controllo la libertà di stampa nel mondo.
"Nel momento in cui si compie un anno dai tragici eventi di New York e Washington, il bilancio è scoraggiante: la crociata antiterrorista, e la deriva che ha provocato, tendono a mettere Internet sotto la tutela dei servizi di sicurezza", dice Robert Ménard, segretario generale di RSF. "La Rete potrebbe far parte della lista dei "danni collaterali" della deriva generalizzata di sicurezza. Le libertà digitali fondamentali sono state, innegabilmente, amputate".
I paesi che tradizionalmente vengono denunciati per non rispettare la libertà d'espressione (Cina, Vietnam, Arabia Saudita, Tunisia, etc.) hanno ovviamente approfittato della situazione per rafforzare la repressione e il controllo su Internet.
Ma la cosa che maggiormente preoccupa è che le nuove minacce per la libertà della Rete vengono adesso dalle democrazie occidentali. Molti paesi hanno approvato leggi che mettono Internet sotto la tutela dei servizi di sicurezza ed hanno organizzato la raccolta generalizzata di informazioni relative alle e-mail e alle attività svolte in Rete. I provider spesso vengono costretti a collaborare e diventare veri e propri ausiliari della polizia. I servizi di sicurezza hanno la possibilità di accedere, con sconcertante facilità, a tutta una massa di informazioni private. Tutto questo equivale a sospettare, a priori, di tutti i cittadini.
Il rapporto cita, in particolare, la Risoluzione 1337 votata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 28 settembre 2001, il Patriot Act approvato negli USA, i decreti presidenziali di Gorge Bush e la revisione della direttiva europea sulla protezione dei dati di telecomunicazione votata il 30 maggio 2002.
Oltre a questi esempi, il Rapporto cita in maniera dettagliata e puntuale le leggi approvate negli USA, in Canada, in Danimarca, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in India, in Spagna e in Italia. Un panorama completo e scoraggiante di norme, decreti, leggi e provvedimenti che stanno mettendo Internet in una sorta di libertà vigilata. Era facilmente prevedibile che dopo gli eventi dell'11 settembre sarebbe accaduto qualcosa di questo tipo. Il problema adesso è vigilare che gli abusi e i pretesti finiscano e Internet venga restituita alla sua libertà.

Giuseppe Laurenza
Fate giocare la Grecia!
Dilaga la protesta contro la legge 3037 che ha messo al bando in Grecia tutti i videogiochi

La culla della civiltà occidentale, la patria di Platone e Aristotele, questo schiaffo proprio non se lo meritava. La Grecia, dove sono nati i Giochi Olimpici, per uno strano scherzo del destino e per l'ottusità di alcuni politici, diventa la prima nazione al mondo dove sono messi al bando i giochi elettronici. Tutti, nessuno escluso: da quelli per PC, a quelli portatili tipo Game Boy, fino a quelli innocentissimi per cellulare.
All'inizio la notizia sembra quasi uno scherzo, una delle tante bufale che girano in Rete. Invece è tutto vero: il Parlamento greco, a fine luglio, ha effettivamente approvato e resa esecutiva la legge 3037 che proibisce qualsiasi forma di videogioco in pubblico. Chi viene sorpreso a giocare, anche se sul proprio cellulare, rischia pesantissime sanzioni: da 5.000 a 75.000 euro di multa e fino a 12 mesi di carcere nei casi più gravi. I cybercaffè potranno continuare a svolgere la propria attività, ma saranno vietate tutte le forme di videogioco, online o no. Se un utente viene sorpreso a giocare in un cybercaffè, il proprietario sarà multato e il locale verrà chiuso.
Come
avevamo anticipato in un nostro articolo di qualche mese fa, il gambling in Grecia è una vera e propria piaga, tanto che perfino alcuni politici di primo piano erano rimasti coinvolti in storie poco pulite di gioco d'azzardo. Era necessario, quindi, fare qualcosa per frenare la diffusione del gambling e soprattutto di quello clandestino, che è molto diffuso in Grecia.
Le motivazioni che stanno all'origine del provvedimento attuale sono quindi serie, ma la legge è quanto di meno serio e quanto di più assurdo si possa immaginare. E' qualcosa che assomiglia tanto a voler ammazzare una zanzara sparandole un colpo di cannone. Una legge che finisce per recare più danni di quelli che voleva evitare.
E per giunta, come a volte accade quando i politici vogliono fornire una prova lampante della loro ottusità, hanno scelto il momento meno opportuno per approvare il provvedimento: in estate la Grecia è affollata di turisti ignari con i loro cellulari pieni di videogiochi. Rischiano tutti una multa se verranno sorpresi a giocare in pubblico e che non sperino di giustificarsi dicendo che non sapevano: la legge è uguale per tutti! E Windows? Ci sta il Campo Minato e il Solitario. Verrà proibito anche Windows?
Scherzi a parte, la notizia è stata accolta con un misto di incredulità, rabbia e scetticismo. Ma già la protesta dilaga in Rete e
nei tanti forum si discute animatamente su come organizzare la risposta a quest'assurdo provvedimento. Il sito Gameland offre una completa informazione sulla legge e sulle iniziative per combatterla. E' partita anche una petizione online che ha già raccolto migliaia di adesioni in tutto il mondo.
Si annuncia quindi un duro scontro, anche perché la prossima settimana è previsto il primo processo. Quale sarà il futuro di questa legge? A parte la legittima protesta degli utenti, è difficile che resisterà alle forti pressioni di produttori di giochi, di venditori, di cybercaffè e di tutti quelli coinvolti nel grande business del gaming. Probabilmente ci sarà qualche auspicabile forma di ripensamento e finalmente, come è giusto che sia, la Grecia potrà giocare in pace.
Tramonta nei campus americani il mito dell'hi-tech?
Negli stessi luoghi dove è nata la rivoluzione informatica

Le crisi hanno sempre più di un aspetto che vale la pena di considerare e anche quella che stiamo attualmente vivendo non fa eccezione. La fine del mito della "crescita continua" degli anni '90, il crollo delle dotcom, le delusioni del commercio elettronico, le difficoltà in cui si dibatte l'informatica, i mostruosi debiti delle telecom, i bilanci truccati delle grandi corporation americane, sono altrettanti aspetti che forniscono, ciascuno, un punto di vista sulla crisi dalla quale non sappiamo uscire.

Ma c'è un aspetto interessante al quale ancora non si era prestata la dovuta attenzione: il calo degli iscritti nei campus americani alle più tipiche facoltà del settore dell'alta tecnologia. In un interessante
articolo del Washington Post viene messo in luce proprio questo aspetto e viene sottolineato il mutato atteggiamento dei giovani verso il mito e il sogno dell'informatica e della tecnologia. Gli iscritti alle facoltà d'informatica sono ancora molti negli USA, ma nel 2001 sono calati e la tendenza si accentua decisamente nel 2002.

Se si pensa che questo sia un aspetto marginale o solo locale o un problema senza importanti riflessi generali, si sbaglia di grosso. Basta ricordare che è proprio nei campus americani che è nata la rivoluzione dell'informatica. E' nel clima culturale, nell'atteggiamento psicologico, nei miti, nei sogni, nel background tecnologico e nell'atteggiamento degli studenti universitari americani degli anni '70 che sono nati il Personal Computer, i vari Bill Gates, Steve Jobs, la Microsoft, la Apple, Windows, il DOS e quasi tutto quello che oggi chiamiamo "informatica". La figura del "nerd" è nata lì, come pure il mito di chi costruisce il futuro tecnologico nel garage di casa.

Leggendo l'articolo sembra proprio che quel clima non ci sia più e che l'informatica non eserciti più sui giovani il fascino degli anni passati. Le motivazioni segnalate sono molte. Alcune apparentemente futili: "Con il computer non si rimorchiano più le ragazze", dice John Yandziak, in procinto di fare la scelta della facoltà. Altre guardano al futuro: "I giovani non vogliono passare quattro anni a studiare una cosa che non darà lavoro", dice Lloyd Griffith, rettore della scuola universitaria George Mason. Altri ancora percepiscono l'informatica come una disciplina che isola, che trasforma tutti in "nerd", chiusi per ore nel buio di una stanza. Certamente, più che motivazioni, sono in gran parte stereotipi, ma molto significativi del profondo mutamento di come i giovani dei campus americani percepiscono l'informatica e la tecnologia.

E Internet? Dopo le delusioni della new economy, anche Internet finisce per essere percepita solo come un'ondata sullo scoglio delle occasioni passate: "prima pensavamo ad Internet come ad una cosa con infinite possibilità. Ma sostanzialmente era solo un'opportunità che si era presentata", conclude lo studente John Yandziak, pensando al proprio futuro che non sarà da nerd, in una stanza buia, per ore davanti ad un computer.

Carmen Castillo
Ai ferri corti la RIAA e Verizon
L'associazione delle maggiori discografiche vuole il nome di un utente che scambia file, ma Verizon si rifiuta di darlo in nome del diritto alla privacy.

Gli avvocati della RIAA, l'associazione delle maggiori discografiche, non temono certo di rimanere senza lavoro. Una denuncia qui, un processo lì, un appello da un'altra parte, diffide contro tutto e contro tutti: si fa davvero fatica a seguire la frenetica attività giudiziaria dei signori della musica. D'altronde i motivi non mancano: lo scambio online di file sta godendo un periodo d'oro, mentre i siti a pagamento messi in piedi dalle major hanno meno clienti di quanti tifosi possano entrare in uno stadio di calcio, cioè non hanno clienti.
Per acquistare un po' di credibilità, sfornano un presunto "studio" che afferma perentoriamente che le vendite di CD calano paurosamente perché gli utenti scaricano la musica gratis in Rete, mentre le ricerche indipendenti dicono che non è vero. Nemmeno li sfiora il dubbio che i CD costano troppo e che nei siti di musica a pagamento, che hanno messo in piedi, non è consentito tutto ciò che non è vietato.
Adesso la RIAA
se la prende con Verizon, uno dei maggiori gestori telefonici americani, che fornisce anche accesso veloce ad Internet. La RIAA ha inviato una citazione a Verizon, intimandole di fornire il nome di un utente accusato di avere file protetti da diritto d'autore. Verizon ha ovviamente rifiutato e la RIIA, per tutta risposta, ha presentato una denuncia presso la Corte Distrettuale di Washington.
Verizon, appoggiata da gruppi per la difesa dei diritti civili, ribadisce che non è assolutamente a favore della pirateria, ma che per nessun motivo può violare la privacy dei propri utenti fornendo nomi e cognomi. Se la RIAA ha tanta voglia di fare causa, apra un procedimento contro ignoti. La RIAA invoca il Digital Millennium Copyright Act, un complesso di norme per la protezione del diritto d'autore, approvato nel 1998 e al centro di furiose polemiche per forti sospetti d'incostituzionalità.
Ma Verizon ribatte che proprio in base al DMCA non è responsabile delle azioni dei propri utenti. In definitiva si profila probabilmente un'altra battaglia legale in cui si scontrano due visioni che sembrano finora inconciliabili: una che vede come prevalente la difesa del diritto d'autore e l'altra che privilegia la difesa dei diritti civili. Quasi certamente queste due visioni potrebbero tranquillamente convivere, ma per ora sembra che gli sceriffi del copyright preferiscano la guerra senza quartiere. Col risultato che lo scambio online di file conta milioni di utenti: evviva la RIAA e i suoi instancabili avvocati!
Fra i due litiganti si inserisce un terzo incomodo
Sony e Philips hanno annunciato un proprio standard per le comunicazioni wireless. Dovrebbe entrare in competizione con Bluetooth e Wi-Fi

Sony e Philips
hanno annunciato l'intenzione di sviluppare uno nuovo standard aperto per i collegamenti radio wireless a corto raggio. Si chiamerà Near Field Communication e dovrebbe servire per collegare fra loro televisioni, cellulari, elettrodomestici e, se dovesse avere successo, anche PC, laptop, PDA e periferiche varie. La velocità di trasferimento dovrebbe essere di 212 Kbps.
Come si può facilmente vedere, si tratta di uno standard che entrerà in diretta competizione con Bluetooth e con IEEE 802.11b, le altre due tecnologie per i collegamenti wireless.
Molti si chiedono se davvero c'era bisogno di un terzo standard, quando gli altri due già esistenti stentano ad imporsi. La velocità di trasferimento non è esaltante, se paragonata a quella di Bluetooth (720 Kbps fino a 10 metri) e Wi-Fi (11 Mbps fino a 100 metri).
Il punto di forza del nuovo standard, almeno a sentire le due aziende che lo propongono, dovrebbe essere il prezzo. Il chip in tecnologia NFC dovrebbe costare non più di 20 centesimi di dollari, contro i 4 o 5 dollari di un chip Bluetooth. Nonostante queste promesse, molti analisti pensano che i produttori abbiano fatto ormai troppi investimenti su Bluetooth o Wi-Fi per tornare indietro e adottare un altro standard. Ad ogni modo i giochi sono ancora aperti nel settore dei collegamenti wireless e quella che era una corsa a due, diventa adesso una corsa a tre per la conquista dei mercati.

Luciano Sposari